Eraldo Pecci e quel “calcio che non c’è più” raccontato a Porto Sant’Elpidio

Bellissima serata quella di giovedì scorso a Porto Sant’Elpidio nel ricordo di Graziano Colotti, protagonista di molte attività sportive e culturali nel territorio, scomparso ormai da cinque anni; una figura che un gruppo di allenatori di calcio che con lui hanno condiviso il suo impegno soprattutto nel settore giovanile (il gruppo appunto degli “Amici di Graziano”), vuole ogni anno ricordare attraverso un incontro con esperti, colleghi e ragazzi che praticano questo sport.

Si è iniziato leggendo un breve messaggio inviato dal giornalista Gigi Garanzini, uno dei tanti personaggi che Graziano aveva invitato ad incontri che organizzava e con cui era poi rimasto in contatto. Garanzini ne ha ricordato il carisma e la passione e, accomunandolo al grande Mino Favini, lo ha definito come uno di quelli che vedeva il calcio “dalla parte delle radici”.

Poi si è dato il giusto spazio all’ospite di quest’anno, Eraldo Pecci, indimenticato protagonista di una stagione calcistica, quella tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, più volte ricordata appunto nel corso della serata con una certa nostalgia, perché decisamente diversa da quella che stiamo vivendo oggi. D’altra parte il secondo libro di Pecci, Ci piaceva giocare a pallone. Racconti di un calcio che non c’è più, libro da cui sono stati tratti molti spunti nel corso dell’incontro, già dal titolo sottolinea proprio questo senso di nostalgia per uno sport che ha perso oggi alcune di quelle caratteristiche proprie del “gioco” che nei decenni passati lo rendevano così semplice e popolare.

Su questo tema, in un dialogo mai banale né scontato con la giornalista Marta Bitti e con Guglielmo De Feis, insegnante di Cultural Intelligence presso il Settore Tecnico di Coverciano, Pecci ha più volte ribadito che non tutti i cambiamenti devono essere valutati negativamente e soprattutto che il calcio non è estraneo a quanto succede attorno; se la società è cambiata radicalmente, se gli input e le opportunità che si danno ai ragazzi oggi sono diversi da quelli di un tempo, se la cultura sportiva e non nel mondo di oggi ha altri punti di riferimenti ed altri valori, non ha senso accusare proprio il calcio di essere responsabile di queste trasformazioni. Certo è, e su questo tutti hanno convenuto, che oggi questo sport è meno appassionante di allora, e soprattutto meno divertente per i ragazzi che vi si avvicinano, e questo forse è il vero problema.

Le risposte e le riflessioni di Eraldo Pecci sono state ravvivate da aneddoti e ricordi personali, molti dei quali decisamente divertenti, relativi a situazioni, eventi e personaggi che ha incontrato nella sua carriera di calciatore. Pecci ha avuto grandi allenatori come Radice, con cui vinse il famoso scudetto del Torino del 1976 e che, come sottolineato da De Feis, prima di altri aveva portato in Italia diverse innovazioni tecniche, tattiche ed atletiche, seguendo quel vento di cambiamento che all’inizio degli anni Settanta era incarnato da Cruijff e dal calcio olandese. Ha fatto parte poi della magnifica spedizione italiana guidata da Enzo Bearzot ai mondiali d’Argentina nel 1978. Ha giocato con o contro tutti i grandi di quei decenni, da Rivera a Riva, da Pulici a Graziani, da Antognoni a Scirea, da Zoff a Tardelli, fino a Maradona e Pelè. E su ognuno di loro ha saputo raccontare storie sempre ricche di ironia, umanità e rispetto, senza fanatismi e faziosità.

Particolarmente bello il ricordo del rapporto con Maradona, che, al di là di tutte le valutazioni positive e negative che su di lui sono state fatte, di tutto l’amore e l’odio di cui è stato oggetto, al di là delle qualità calcistiche, nelle parole di Pecci è emerso come un ragazzo sempre disponibile con tutti e sempre pronto a riconoscere, lui che in assoluto era il più bravo di tutti, il valore e l’importanza degli altri compagni. Forse perché, come proprio Pecci ha voluto sottolineare, i più grandi sono sempre i più disponibili.

Ai giovani calciatori presenti Pecci ha voluto poi ricordare valori come il rispetto dell’avversario, dell’allenatore, dell’arbitro, ed anche soprattutto dei compagni; perché proprio quel senso della condivisione e della collaborazione che si impara nello spogliatoio è poi un valore che ci si porta dietro tutta la vita.

Così come ha voluto ribadire l’importanza del ruolo degli allenatori dei settori giovanili. Per darne un’idea, oltre alle bellissime pagine dedicate al ricordo di quelli che ebbe nelle giovanili del Bologna (Cervellati, Vavassori, Mazzanti), basta rileggersi un passo del suo ultimo libro: “Con il tempo e l’esperienza mi sono convinto che l’allenatore deve essere bravo con i giovani che vedono l’istruttore come una figura importante, quasi come un genitore, quando loro devono formarsi, o con i giocatori con molti difetti, perché è su quelli che può lavorare e incidere davvero. […] Credo che un giorno ci dimostreremo davvero intelligenti se, quando un allenatore dovesse vincere uno scudetto o una Coppa dei Campioni, lo “promuovessimo” responsabile del settore giovanile. Credo anche che quel giorno non arriverà, ma è così che la penso.”

In platea molti allenatori, molti ragazzi delle squadre giovanili, genitori, dirigenti, amici ed appassionati, che hanno posto domande e proposto ulteriori considerazioni. Grazie a loro e alla verve di Eraldo Pecci, romagnolo dalla battuta pronta e dall’intelligenza viva, l’incontro è risultato sempre partecipato e coinvolgente.

Per concludere un doveroso ringraziamento va a Marta Bitti e Guglielmo De Feis, interlocutori acuti e preparati, alla Croce Verde di Porto Sant’Elpidio che ha ospitato la manifestazione, alla famiglia di Graziano Colotti che come ogni anno ha partecipato all’incontro, e ai tanti “amici di Graziano” che hanno collaborato e che anche con questi eventi vogliono continuare a ricordarlo.

“GLI AMICI DI GRAZIANO”

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