di Nazzarena Luchetti

Noa è morta esaudendo così il suo desiderio. Era sazia dei giorni passati nell’angoscia, del dolore della perdita di quella purezza che le hanno rubato con la violenza, sazia di non credere più a nulla, di non sentirsi più nulla. Forse, se avesse alzato i suoi magnifici occhi azzurri verso il cielo, avrebbe compreso il senso di quel dolore e forse sarebbe stato un nuovo inizio. Insegnami a cercarti, io non posso cercarti se tu non mi insegni, ripeteva Sant’Anselmo.

Probabilmente a Noa nessuno ha insegnato che il dolore è uno dei più grandi misteri della condizione umana che può essere vinto solo con la sopportazione. Ed è a quel punto che ci eleva. Non si può giudicare Noa, così come le persone che invocano la morte perché sfinite dalla sofferenza. Non si arriva mai a capire la scelta di una persona se non si conosce a fondo la propria storia. Rimane il fatto che una giovanissima, e bellissima, e sanissima, ragazza olandese che ha scelto di morire e di farlo a 17 anni, quando appena si riesce a distinguere quali sono i propri gusti, le proprie preferenze musicali, la facoltà universitaria che più rispecchia le proprie attitudini. Almeno lì ci sono gli orientamenti, i tutor che ti aiutano a capire quali sono le tue aspirazioni e ti consigliano il piano di studi più giusto.

Ma nessun orientamento ti prepara a capire che la vita è anche dolore, che le gravi difficoltà fisiche e psicologiche non sempre si possono risolvere e spesso vanno semplicemente accettate. Una accettazione che però è un lavoro lento, fatto di perseveranza, evoluzione spirituale e, soprattutto, una educazione ai valori più alti che la famiglia, anch’essa svuotata della sua sostanza naturale, non è più in grado di infondere.

La debolezza umana è condannata in ogni aspetto della società: il benessere deve essere perseguito ad ogni costo, ogni manipolazione della vita è giustificata perché per tutto deve esserci una cura empirica. Se così non è, meglio la morte. E lo Stato si fa garante di questa visione: ha messo a tacere la voce di Dio e le sue creature predilette sono diventate la modernità laica e il positivismo; non contemplando il diritto naturale, per cui la vita è dono divino, ha profanato a tal punto la vita fino ad istituzionalizzare l’eutanasia e la morte assistita.

L’Occidente sembra fare a meno di Dio: un recente rapporto mostra come Olanda, un paese cattolico ma a tradizione protestante, che ha relativizzato la morale con la conseguente indifferenza alla verità, la crescente secolarizzazione vada di pari passo con la depressione. “I cattolici stanno abbandonando la chiesa”, afferma Peter Nissen, teologo olandese, “la Chiesa è stata spinta ai margini e la cultura cattolica è diventata una sottocultura”. E questo non fa che aumentare il disagio esistenziale. “E’ lo spirito che da vita, la carne non giova a nulla” (Gv 6,63). Quando lo spirito diventa insignificante allora davvero la vita non vale niente.

Siamo liberi di scegliere, di vivere come meglio credere, liberi di andare e restare. Chi decide di “restare”, divide l’angoscia sopportata da Cristo che ha penetrato fino in fondo la sofferenza: emarginato, tradito, processato come un infame, flagellato, offeso, ucciso dopo aver subito una agonia indicibile. E’ proprio il suo essersi fatto uomo che ci permette di dare un senso alla nostra sofferenza e, più in generale, un senso al nostro stare al mondo.

Approfondimenti: Proslogion di Anselmo d’Aosta

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