Se percorri a piedi le strade che intersecano le aree commerciali di periferia, puoi provare un senso di profonda inquietudine. Non è la vertigine che ti afferra in montagna. È piuttosto la consapevolezza di una sproporzione. Lo spazio si deforma, il tempo si dilata, i rettilinei tendono all’infinito. Provi un senso di nausea al passaggio di auto e camion. Avverti sul corpo le vibrazioni causate dallo spostamento d’aria, sei scosso dal rumore degli pneumatici sopra l’asfalto dissestato. Vetture che incappano, una dietro l’altra, nella stessa buca: uno spartito che si ripete all’infinito. Tutti corrono altrove, e anche tu lo faresti, se solo ne avessi la possibilità. Invece ti stai avvicinando lentamente alla fermata dell’autobus dopo avere lasciato la macchina in officina, per una riparazione.

Scrive l’antropologo Marco Aime, nella sua ultima pubblicazione “Comunità”, che una delle caratteristiche dei dibattiti digitali è proprio la “tangenzialità”: per quanto paradossale possa sembrare, chi frequenta i social entra raramente nel merito di ciò che legge. Si ha poco tempo e troppa paura di perdere l’orientamento per fermarsi ad ascoltare il punto di vista degli altri. Pensieri che si incrociano per un attimo, e subito dopo si disperdono, senza avere generato un vero dialogo. È un concetto analogo a quello espresso da papa Francesco nel messaggio per la 53ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali: Internet è diventato uno dei luoghi più esposti alla disinformazione e alla distorsione consapevole dei fatti. Flussi di notizie e di opinioni si diffondono in modo irrazionale, e finiscono per intasarsi in ingorghi che alimentano spirali di odio.

D’altro canto la “tangenzialità”, precisa Aime, è una caratteristica che ritroviamo anche nella vita delle nostre città, attraversate con fretta sempre maggiore. Non si presta attenzione a cosa si incontra per strada, ma solo a raggiungere la meta. Questo tipo di mobilità accelerata finisce per causare una percezione distorta della presenza degli stranieri: sono loro, infatti, ad animare gli spazi urbani semi abbandonati, e ad utilizzare le strade come luoghi di relazioni primarie. Non è forse vero che uno dei pregiudizi più diffusi, nei dibattiti social, è quello dell’immigrato palestrato e nulla facente, seduto in panchina con in mano il cellulare di ultima generazione? Gli stranieri ci danno fastidio se li incontriamo per strada; non certo quando lavorano nei cantieri, o nelle case dove accudiscono gli anziani.

Quando il senso di appartenenza che sta alla base di ogni convivenza civile si indebolisce, la comunità si sfilaccia. Al suo posto si diffonde una ossessione identitaria. Le tradizionali aggregazioni orizzontali, sviluppatesi su base sociale o ideologica (ricchi e poveri, operai e datori di lavoro…), vengono sostituite da barriere inaccessibili: la terra, il sangue, la cultura, la religione.

È giunto il tempo di riprendere a camminare con lentezza, anche lungo le strade – virtuali o reali – dove tutti corrono sgomitando. È sempre papa Francesco a invitare coloro che si professano cristiani a conservare uno sguardo di inclusione e di prossimità. L’autentico cammino di umanizzazione va dall’individuo che percepisce l’altro come rivale, alla persona che lo riconosce come compagno di viaggio.

Sei giunto alla fermata dell’autobus, finalmente. Una bambina gioca in un fazzoletto di prato incolto. Il papà la osserva, e ride. Parla con accento slavo. Eccoli i tuoi compagni di viaggio, in questa strada di frontiera, stremata dall’improvvisa calura che sembrava, quest’anno, non dovesse arrivare più.

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