di Giovanna Pasqualin Traversa

Malmenati e picchiati fino a ucciderli perché il loro pianto o i loro bisogni disturbano, impediscono di dormire o di fare altro. Sono i piccoli che muoiono per mano dei compagni di madri spesso sono acquiescenti se non addirittura complici. I motivi sono spesso di una banalità sconcertante; i contesti segnati da droghe o alcol. Gli ultimi: il piccolo Gabriel, due anni, strangolato perché la madre e il compagno non riuscivano ad avere un po’ di intimità; Mehmet, due anni e mezzo, ucciso dal padre venticinquenne tossicodipendente perché, avrebbe spiegato, piangeva e non lo lasciava dormire. Leonardo, solo 20 mesi, picchiato a morte dai genitori e sul cui corpicino il medico legale ha rinvenuto segni di efferata violenza. Una vera strage degli innocenti nella quale rientrano anche i bambini uccisi dai propri padri, uomini violenti – in realtà fragilissimi – che usano i figli come vendetta trasversale contro la donna che ha osato lasciarli, colpendola così nel modo più crudele fino ad annientarla.

Nel 2018 sono stati 31 i figli uccisi dai genitori, con un aumento del 47,6% sull’anno precedente in cui erano stati 21.

Lo rivela oggi l’Istituto di ricerche economiche e sociali Eures nel rapporto “Caratteristiche, dinamiche e profili di rischio dell’omicidio in famiglia in Italia”, lanciando l’allarme figlicidi e specificando che in 20 casi gli omicidi sono stati commessi dai padri; negli altri 11 dalle madri che in 4 casi – che riguardano piccoli di età inferiore ad un anno – sono state le uniche responsabili. Naturalmente da questi numeri  restano escluse le uccisioni di bambini per mano dei compagni delle madri.

“L’aumento dell’uccisione di bambini – figli propri o della compagna – è uno dei tanti segnali, ma forse il più inquietante, del crollo della capacità di accudimento e di assunzione di responsabilità degli adulti nei confronti dei minori”, dice al Sir lo psichiatra Tonino Cantelmi al quale abbiamo chiesto una lettura del fenomeno all’indomani della sua audizione, ieri, in Commissione parlamentare per l’infanzia dove, ci racconta, ha portato proprio questo tema.“Nel fenomeno in crescita degli omicidi di bambini – spiega – si mescolano diversi fattori di rischio ma in generale, quello cui assistiamo, è

il crollo delle capacità genitoriali di accudimento, di protezione e di assunzione di responsabilità nei confronti dei propri figli.

Questo è il segnale più drammatico, ma insieme ad altri ci dice più in generale che la nostra società è sempre meno protettiva nei confronti dei minori.

Da che cosa dipende questo crollo?
Siamo di fronte ad una generazione di genitori perennemente “adultescenti”, che di adulto hanno solo l’età anagrafica ma conservano segni adolescenziali: si innamorano con facilità, non sopportano le frustrazioni, trasgrediscono, fanno uso di alcol o di sostanze. Adulti adultescenti non in grado di prendersi cura dei figli, piccoli e meno piccoli. Con l’accudimento prima, con l’educazione poi, che è fatta anche di regole e divieti. Genitori incapaci di assumersi impegni e di gestire in modo oblativo un rapporto affettivo.

Ma come spiegarsi il non intervento delle mamme a difesa dei propri bambini? Paura di un compagno violento?
Si tratta spesso di donne che vivono forme di dipendenza affettiva nei confronti del partner del quale sopportano compromessi e soprusi. Donne che vivono in contesti violenti di cui questi gesti estremi rappresentano l’apice. E poi non dimentichiamo che l’adultescenza riguarda anche le madri portandole ad un atteggiamento di trascuratezza verso i figli estremamente preoccupante. Per fortuna i gesti estremi di cui sono vittima i bambini sono casi rari – non per questo meno drammatici perché anche uno solo è inaccettabile – ma molti minori vivono forme di “violenza” diverse e quotidiane come il sentirsi trascurati nei loro bisogni. Oggi sappiamo che quasi il 50% del disagio degli adulti è legato a forme di trascuratezza subite durante l’infanzia. Noi siamo l’unica specie al mondo che trascura e aggredisce i propri cuccioli e questo è inquietante.

E quando sono le donne a uccidere il figlioletto, magari di pochi mesi?
Si tratta di infanticidi legati per lo più al fenomeno della depressione post-partum, ora diminuito grazie all’attività di prevenzione messa in campo da qualche anno. E’ importante intercettare i fattori di rischio e intervenire precocemente.

Poi c’è il dramma del figlicidio come “vendetta trasversale” di uomini contro le loro ex…
Qui si apre il capitolo “femminicidio” perché questo rientra nel discorso della fragilità maschile, del bisogno di riaffermare il predominio sulla donna attraverso la violenza che arriva fino all’annientamento. Quando un uomo utilizza la violenza è perché non possiede altri strumenti.

Fragilità maschile, bisogno di riaffermare se stesso e totale incapacità di empatia sono un mix esplosivo

Questi uomini sono talmente concentrati su di sé che non hanno consapevolezza del dolore fatale che infliggono,

nella loro mente il bambino viene de-umanizzato e ridotto a oggetto che si può distruggere.

Questi sono casi estremi, ma vengono da me diversi uomini, soli o con le compagne, perché si rendono conto di “perdere facilmente il controllo”. Esistono dei percorsi terapeutici.

Parlavamo di mancanza di competenze genitoriali. Come si può intervenire? 
Servirebbe un intervento educativo per aiutare i genitori a fare genitori. La transizione al ruolo genitoriale avviene tardivamente, intorno ai 34 anni. Oggi i giovani si sentono inadeguati, incapaci di prendersi cura di un bambino. Da un’indagine che abbiamo condotto qualche tempo per la Regione Lazio su un campione di 200 giovani donne è emersa questa insicurezza. Forse si potrebbero immaginare delle scuole per genitori supportandoli in questa transizione verso il ruolo che li attende.

Chi potrebbe realizzarle?
Le diocesi, ad esempio. Ho già tenuto lezioni in diverse “scuole per genitori” promosse da università private e movimenti ecclesiali. I genitori chiedono incontri:

c’è fame di scuole per genitori.

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