Università tra nuovi iscritti e corruzione: quale valore per la società?

di Francesco Bonini

“Università bandita”: così è stata denominata l’operazione che ha decapitato l’Ateneo di Catania e incriminato decine di docenti in giro per l’Italia per un sistema di concorsi predeterminati.
Ovviamente tutto dovrà essere verificato nei competenti gradi di giudizio, ma è evidente che ancora una volta un importante apparato, ieri la magistratura, oggi l’università – e non è la prima volta – è chiamato in causa per comportamenti corruttivi. Certo dei singoli, ma che echeggiano un sistema.

Proprio quando centinaia di migliaia di ragazzi stanno compiendo la scelta del corso universitario, una delle tappe decisive per il percorso di vita.

E allora può essere un momento opportuno per porsi una domanda scomoda: qual è il posto dell’università, oggi, in Italia e nei grandi Paesi avanzati. Pochi giorni fa è stato celebrato a Bologna, la prima università del mondo, fondata nel 1088, il ventesimo anniversario del cosiddetto processo di Bologna, che ha definito un circuito europeo di riconoscimento degli studi superiori. Ma con quale obiettivo?
Già, perché l’Università non è una super scuola: certo si deve responsabilmente porre il problema degli sbocchi professionali, ma vuole esser qualcosa di più, il luogo di trasmissione di un sapere che innova, un sapere critico, ambizioso. Per questo, nella sua radice medioevale (ed ecclesiale), l’università è una comunità, un corpo che forma, educa. Cosa questo significhi nel ventunesimo secolo è una domanda decisiva, ma elusa. Di qui la necessità di tutelare l’università prima di tutto da se stessa, oltre che dall’ingerenza di interessi obliqui, perché possa svolgere il suo ruolo delicato e fondamentale. Questo si aspettano studenti e famiglie, quando investono anni e sacrifici.
Per questo

lo scandalo emerso a Catania rappresenta l’ennesimo richiamo. Per registrare alcune norme di funzionamento interno del sistema, che deve essere aperto e autonomo, ma soprattutto per porre nuovamente con urgenza domande radicali, sul posto dell’università in una società come quella italiana, a cosa serve, cosa bisogna aspettarsi e dunque quali risorse destinare e come verificare il rispetto necessario delle regole.

Servono tanti laureati, per una società sviluppata o pochi ma buoni, direttamente finalizzati al mondo del lavoro? Bisogna contingentare il numero degli studenti in determinati settori? Con quali criteri, stante la ridicola vicenda della programmazione di medici e specialisti? Quale deve essere lo status dei docenti? Come garantire il merito per studenti e docenti? Domande scomode che sono lasciate al fluire delle cose, mentre continuano a moltiplicarsi le tipologie: università telematiche con regole proprie, istituti tecnici superiori e si discute di autonomia differenziata e possibile regionalizzazione.
Il sistema è frammentato e polarizzato: metafora dell’Italia che continua a tirare avanti con risorse decrescenti e spinte auto propulsive, non sempre nella direzione virtuosa.

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