Uruguay: dove la Chiesa è piccola, ma vuole essere la casa di tutti

di Bruno Desiddera
La Chiesa più minoritaria d’America vuole essere “casa di tutti”, nella convinzione che è questo il tempo per essere “Chiesa in uscita”. “Casa de todos”, “Casa di tutti”, appunto, è il titolo dato alla missione che si è tenuta nelle scorse settimane, in coincidenza con il tempo pasquale, nell’arcidiocesi di Montevideo, capitale dell’Uruguay. Un’iniziativa che ha avuto anche un significato simbolico nell’ambito singolare storia dell’Uruguay, visto che proprio cento anni fa, nel 1919, entrava in vigore la Costituzione che prevedeva la totale separazione tra Stato e Chiesa. L’arcivescovo di Montevideo, il cardinale Daniel Sturla, nella lettera pastorale in cui ha indetto la missione ha spiegato che attraverso di essa la Chiesa “invita, chiama, propone a molti fratelli che si sono allontanati dalla pratica religiosa di tornare a casa e di condividere la gioia della fede celebrata in comunità. Molti sentono la nostalgia di ciò che hanno vissuto nelle comunità cristiane, desiderano una relazione più viva con Dio e con la sua Parola, desiderano tornare all’incontro sacramentale”.

Solo il 2 per cento è praticante. I numeri dell’Uruguay, un caso “unico” del continente più cattolico del mondo, sono del resto eloquenti: solo il 42% degli abitanti si dichiara cattolico, ma solo il 2%, al massimo il 2,5%, è praticante assiduo.
“Questa situazione – spiega al Sir padre Daniel Kerber, vicario per la Pastorale dell’arcidiocesi di Montevideo e coordinatore della missione – ha certamente delle motivazioni storiche. L’Uruguay è stato colonizzato dalla Spagna relativamente tardi, nel 1800, quando ormai essa era in decadenza. Di conseguenza, anche la Chiesa ha avuto meno forza e radicamento. Solo nel 1878 Montevideo è diventata diocesi, prima dipendeva da Buenos Aires. Le vicende politiche hanno portato un secolo fa all’approvazione di una Costituzione estremamente laica, con una rigida separazione tra Stato e Chiesa. Questa separazione è stata inserita anche nel sistema scolastico ed educativo, dove non si può parlare di Dio, o fare professione di fede. Potremmo dire, con una battuta, che qui in Uruguay a essere ‘obbligatoria’ è l’ignoranza religiosa, non si conosce Gesù”.
Alle ragioni storiche si è aggiunto un processo di secolarizzazione, per certi aspetti favorito dal progresso sociale ed economico avuto nella seconda metà del secolo scorso, quando l’Uruguay è stato definito “la Svizzera americana”.

Chiesa in stato di missione. In tale situazione, continua padre Kerber, “la Chiesa si percepisce in stato di missione e vuole mostrare il volto comunitario della fede”. In particolare, la missione vissuta nella capitale, “è stata preparata a lungo e ha cercato di rendere molte persone partecipi del progetto. Su 80 parrocchie, 57 sono state coinvolte attivamente”. I più impegnati nella missione sono stati tra 1.500 e i 2.000 missionari laici di varie età, identificati da appositi gilet, che hanno percorso la città a due a due, incontrando le persone in ogni ambiente di vita, per invitare “a vivere la gioia della fede e la speranza in Cristo” e agli incontri nelle parrocchie.
Il motto dell’azione missionaria è stato “Ascoltare, annunciare e invitare”. Il bilancio è positivo, “anche se non conta la dimensione quantitativa, si tratta di un progetto a lungo termine”, prosegue padre Kerber. Conforta che tra i partecipanti ci siano stati numerosi giovani: “E’ una realtà che sta in cima alle nostre preoccupazioni. I giovani sono pochi anche per motivi demografici, la popolazione è ferma a nove milioni e mezzo di persone da trenta quarant’anni e se cresce leggermente è solo per l’immigrazione. In effetti, è vero che molte chiese sono rimaste senza giovani”.

In attesa di Francesco. Lo sfondo della missione di Montevideo è il magistero di papa Francesco, il suo invito a essere “Chiesa in uscita”. “Quando è uscita l’Evangelii Gaudium – ricorda il vicario per la Pastorale di Montevideo – l’abbiamo sentita molto vicina. E del resto il Papa conosce bene la realtà uruguaiana, sa che stiamo lavorando molto. Buenos Aires non è lontana da qui”. La speranza è quella di incontrarlo presto in Uruguay: “Noi lo sentiamo molto vicino, anche per affinità culturale. Alcune sue espressioni le comprendiamo bene, nelle loro sfumature. Certo, siamo consapevoli che una sua visita in Uruguay è legata a un viaggio in Argentina. Ma è molto attesa”.

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