Alle 4,40 di notte anche i più mattinieri dormono ancora; il silenzio è profondo. Pochi rumori, ai margini dell’orizzonte sonoro: il canto di un gallo, il suono impercettibile di qualche automobile che passa lontano. La luna è calata da più di tre ore.  Scrive Italo Calvino che il nostro satellite è il più mutevole dei corpi celesti, e il più regolare nelle sue complicate abitudini: puoi sempre aspettarlo al varco, ma se lo lasci in un posto lo ritrovi sempre altrove, e se ricordi la sua faccia voltata in un certo modo, ecco che ha già cambiato posa.

Di questa luna sfuggente, e dei tre uomini che cinquant’anni fa l’hanno visitata, è rimasta traccia in un plico scoperto casualmente sgombrando la cantina di casa: un pacco composto da 17 quotidiani e 6 riviste, chiuso con lo spago, nascosto tra le damigiane dell’olio e i montanti in metallo di una vecchia scaffalatura. Da buon archivista, mio padre amava lasciare tracce che qualcuno, prima o poi, avrebbe ritrovato.

Edizioni straordinarie, numeri unici, tutti a celebrare la grande impresa. Titolo di apertura di “Avvenire”, 16 luglio 1969: “Oggi scatta l’Apollo 11. Inizia la più grande impresa spaziale”. Il Resto del Carlino, 21 luglio, titolo cubitale: “I piedi sulla Luna”. Sottotitolo: “Alle 4,40 – ora italiana – gli astronauti Armstrong e Aldrin aprono il boccaporto del modulo lunare”.

Un editoriale di Avvenire, quattro giorni dopo, ammoniva: «Quando si tratta di esplorare le immensità dello spazio, tutto ciò che sembra sorpassare l’immaginazione dell’uomo diventa realtà; quando, invece, si tratta dello sforzo per eliminare la fame, il sottosviluppo, le guerre fratricide, allora l’uomo si arrende di fronte alle inevitabili difficoltà, trova ogni giustificazione per rinviare, abbassare il bersaglio, dichiararsi sconfitto». E Oriana Fallaci concludeva con queste parole, dalle pagine dell’Europeo, il suo reportage: «Ecco, le cose andarono così, in quella settimana d’estate, nei primi giorni che seguirono il ritorno sulla Terra degli uomini che avevano toccato la Luna».

Pagine e pagine di approfondimenti, foto, racconti, analisi scientifiche, cronache entusiaste. Quando il Web non esisteva e la stampa era il principale mezzo di comunicazione, c’era la necessità di fissare ogni cosa, descrivere compiutamente ogni dettaglio.

A sfogliare i giornali dell’epoca non può sfuggire una sorprendente capacità di tenere insieme grandi tematiche e argomenti popolari: il filosofo Herbert Marcuse fotografato sulla spiaggia di Cannes, De Gaulle alle prese con i separatisti bretoni, una commedia di Lino Toffolo. Un articolo su Robert F. Williams, leader del movimento per l’emancipazione degli afro-americani, inizia con queste parole: “Il “Black Power”, ora che la luna è stata conquistata, è il più urgente e grave problema per Nixon”.

Trovo anche un’intervista ad un giovane cantautore di 29 anni: «Fabrizio ha una figura esile, gli occhi sofferenti e una ciocca di capelli lisci che gli cade perennemente sull’occhio sinistro. Ignorato o quasi dalla radio e dalla televisione, trova ospitalità alla radio Vaticana, che spesso mette in onda le sue ballate». Il giornalista chiede all’artista dove tragga ispirazione per le sue canzoni, cita la canzone di Marinella: «C’era la luna e avevi gli occhi stanchi, lui pose le sue mani sui tuoi fianchi».

Alle 7,30 di mattina – ora italiana – Armstrong e Aldrin stanno per rientrare nel modulo lunare. Io invece sto per uscire di casa: giusto il tempo per un caffè, e poi di corsa al lavoro…

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