Mezz’età: continuiamo ad appassionarci ma lasciamoci sedurre anche dallo Spirito

Abbiamo dato alla nostra vita il significato che credevamo più giusto ma il pensiero che tutto debba inevitabilmente finire ci rimanda ad un ulteriore significato, che non si risolva in questa vita, a qualcosa che abbia a che fare con il nostro essere spirituale

Qualche tempo fa, un sondaggio inglese diceva che le persone più soddisfatte hanno 58 anni. Perché proprio questo numero sia indice di appagamento non sta a noi verificare. E’ certo che, dopo i cinquanta, si assiste ad una certa rilassatezza mentale: le cose importanti che dovevano accadere sono accadute e i buoni propositi da mettere in pratica provocano meno ansia. Esperienza, relazioni e abilità professionali hanno fatto raccogliere molti frutti, possedere svariati beni e compiere tanti viaggi. Insomma, tante cose realizzate, tante trasformazioni e una pacificazione con le proprie debolezze fanno dichiarare con orgoglio che si è raggiunta una rispettabile età, intesa come l’aver compiuto, con merito, i doveri essenziali della vita, verso se stessi e verso gli altri. Età in cui si è interpretata, con impegno, pazienza, gioia e dolore, gran parte della propria vita.

Ma ecco, nel bel mezzo del cammin di nostra vita, farsi strada una leggera inquietudine: è la percezione che la vita scorre sempre più veloce e la consapevolezza che il tempo a nostra disposizione è inferiore a quello che si è vissuto. E se tutto finora è dipeso dalla nostra volontà, ora non si è più così tanto sicuri di essere padroni assoluti del nostro futuro. Abbiamo dato alla nostra vita il significato che credevamo più giusto ma il pensiero che tutto debba inevitabilmente finire ci rimanda ad un ulteriore significato, che non si risolva in questa vita, a qualcosa che abbia a che fare con il nostro essere spirituale. Se si prova, però, ad assecondare questa divina natura, ci si rende presto conto che tutto sembra congiurare contro il proprio nobile sforzo a una dimensione più spirituale. Amici e conoscenti vi additano come visionari e rinunciatari agli infiniti piaceri che la vita può ancora offrirvi. E sono soprattutto le persone di una certa cultura a chiedervi come mai abbiate deciso di occuparvi di Spirito. A che serve? Perché si dovrebbe parlare di metafisica e Salvezza? Perché preferire la materialità all’invisibilità? Che urgenza c’è? Dopotutto l’aspettativa di vita si è alzata così come la sua qualità: è, quindi, una perdita di tempo rinunciare alle seduzioni del “principe del mondo”, privilegiando la sacralità della vita.

Lasciamo la strada del cristiano ai “semplici” o agli inerti, ben rappresentati da Italo Svevo in Senilità, che vivono una vecchiaia precoce fatta di ricordi e rimpianti. Come se non bastasse il biasimo agnostico dei nostri conoscenti, se si effettua una ricerca digitando l’età di mezzo, il risultato è unanime: “Tutto può ancora succedere!”, “Un nuovo inizio”, “La vita ricomincia dopo cinquant’anni”, “Cinquanta sono i nuovi trenta”. Libri e siti web dove sedicenti sentenziatori si erigono a nuovi maestri di vita con un medesimo punto di vista: adora te stesso, non Dio. Da qui derivano tutti i consigli su come restare giovani, tenere lontano inquietudini, malattie e acciacchi con diete, attività fisiche, integratori, meditazioni e fornicazioni. E se la strategia estetica, chimica, chirurgica, esoterica o psicologica per dimostrare serenamente dieci, vent’anni di meno non funziona, c’è sempre qualcuno pronto a consigliarci un nuovo tempo fatto di fughe, amori e passioni esagerate.

Ebbene si, il mercato materialista dell’eterna giovinezza (guardate la maggior parte delle farmacie cosa sono diventate, templi pagani di vita eterna), mira proprio a quella rispettabile “certa età”, lusingando gli over cinquanta a sconfiggere la “tremula” vecchiaia, sedando l’idea della morte. Un mercato ambiguo con sofisticati meccanismi persuasivi che ti fa fare quello che vuole con la convinzione che sia tua volerlo. Eppure lo sappiamo: “nessuno, per quanto si dia da fare, può aggiungere anche una sola ora alla sua vita, (Mt 6,27)”. Tutti promuovono tutto. Nessuno promuove Dio, non è appetibile per il mercato del consumo, che propone desideri contrari allo Spirito. Eppure solo Lui può alleviare l’inquietudine del tempo che passa, solo Lui è la “radice dell’immortalità”,

Che fare allora? Come Ercole al bivio, possiamo scegliere di continuare a “consumare” la vita oppure renderla più compiuta dandogli un senso che non nega il realismo terreno ma lo completa approfondendo e aprendosi all’ideale evangelico. Proviamo, quindi, a vivere anche la seconda fase della vita con passione ma orientiamola su un cammino diverso. Continuiamo a fare esperienze ma nel rispetto della propria età anagrafica perché ci sono passioni che possono essere vissute incondizionatamente da giovani e altre che richiedono la saggezza di mezza età per essere sviluppate al meglio, con una maggiore apertura al prossimo. Beninteso, la vocazione allo Spirito non conosce età ma se fino a questo momento non ce ne siamo mai interessati, facciamolo ora. Non va confusa, però, la dedizione allo Spirito con la semplice meditazione. C’è, infatti, una grande differenza tra il raggiungimento del benessere centrato solo su di sé e la devozione religiosa: il primo è egocentrico, il secondo è aperto all’altro.

L’invito è a comprendere di più ed esigere di meno, a leggere e ad approfondire, con l’entusiasmo di un romanzo, il Vecchio Testamento, i Vangeli, le opere e le biografie delle vite inquiete di tanti Santi, sempre in tensione tra vanità e trascendenza. Sono innumerevoli le opere spirituali in grado di sorprenderci, esortandoci ad apprezzare meglio il quotidiano, a ricercare il senso del mistero ultimo, a ricavare una verità che va oltre la realtà, che sa distinguere tra illusorio e permanente. Diceva Sant’Agostino: “Comprendo per credere e credo per comprendere”. Per chi vuole un rimando di un personaggio più laico, propongo i versi di una straordinaria canzone di Franco Battiato di qualche decennio fa: “E ti vengo a cercare, anche solo per vederti o parlare. Perché ho bisogno della tua presenza. Per capire meglio la mia essenza”.

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