Mons. Tonini: 25 anni a Ravenna, un ministero che aprì il cuore ai laici romagnoli

Quando monsignor Tonini giunse a Ravenna il clima in città era fortemente anticlericale. Vi arrivò quale “restauratore” imposto da Roma, per sostituire monsignor Baldassarri, considerato troppo “aperto” e prossimo alla sinistra. Il paradosso è che era partito da Macerata con la fama di vescovo “comunista” per aver venduto i terreni delle diocesi ai mezzadri e per aver celebrato la Santa Messa della notte di Natale in una fornace occupata dagli operai. I cattolici di Ravenna erano divisi: da una parte gli ultraconservatori, dall’altra i “seguaci” i Baldassarri, sostenitori delle novità.

Lui scelse la via del dialogo. A partire dal predecessore che non voleva lasciare il palazzo arcivescovile. Baldassarri si convinse e “perdonò” Tonini fino al punto da donargli, pochi giorni prima della morte, la sua croce pettorale! In quel palazzo, però, Tonini non mise mai piede: preferì abitare in due stanzette piccolissime di Santa Teresa. Contemporaneamente abbandonò il muro contro muro con i laici romagnoli messo in atto dai suoi predecessori, per cercare di costruire qualcosa “insieme”, con l’obiettivo di far conoscere meglio l’anima vera dei cattolici dialogando senza più pregiudizi. Partì dal concetto della “solidarietà”, innato nei ravennati e strumento evangelico per eccellenza. Tonini riuscì a trovare un accordo con il Sindaco, la Regione, la Provincia e l’Asl e anche il supporto di alcune asso- ciazioni cattoliche, per dar vita ad una delle prime Comunità di recupero per tossicodipendenti: il Ce.I.S. e, a seguire, ad una Casa per l’accoglienza di malati terminali di Aids. Questo fu il grimaldello che gli permise di “aprire il cuore” dei laici.

Seguirono altre azioni mirate: la creazione di cooperative per dare lavoro ai ragazzi che avevano completato il percorso al Ce.I.S., l’avvio della Ronda della Carità (pattuglie di notte per soccorrere barboni, diseredati, marittimi stranieri abbandonati dagli armatori…) e la campagna “uma vaca para o indios” a favore degli Yanomani di Roraima (Rio delle Amazzoni) che accompagnò personalmente dal Papa. Un anticipatore di almeno 35 anni, in- somma, della Chiesa in uscita di papa Francesco e dell’attenzione alle questioni ambientali e climatiche. Un “sentire” che coincideva con il pensiero laico dei romagnoli, sempre più convinti da questo scorpiccio di vescovo.

Le ciliegine sulla torta arrivarono con la vicenda dei 13 operai morti nella stiva di una nave nel cantiere Mecnavi e la Visita pastorale di Giovanni Paolo II (ben 4 giorni in Romagna, dove il 30% dei residenti non sono neppure battezzati). Nel primo caso, con l’editoriale “Uomini o topi?” mise il dito nella piaga: non si può anteporre il denaro alla dignità e alla tutela di ogni uomo. La Visita pastorale fu un vero e proprio tripudio. Contemporaneamente Tonini si dedicò al “recupero” spirituale dei cattolici, alla loro rappacificazione, a rinvigorire la loro capacità di “vivere il Vangelo”. Partì dalla riapertura del Seminario e dal rilancio di alcune Associazioni cattoliche per finire con la riorganizzazione degli Oratori e il rilancio della catechesi degli adulti.

Pur senza parlare del Tonini–comunicatore, non si può non ricordare il rilancio professionale del Settimanale diocesano (fondato nel 1902 da san Confalonieri!) e la creazione di Ravegnana Radio, la prima piccola emittente privata al mondo dai cui microfoni ha trasmesso in diretta un Pontefice!

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