Ogni mese i singoli Paesi europei, l’Eurozona nel suo insieme e tutte le grandi aree sviluppate del mondo producono dati macroeconomici (costo della vita, occupazione, produzione industriale, ore di lavoro, export e così via) che non sono solo una registrazione contabile.

Un flusso di dati costante, confrontabile e accompagnato da numeri di dettaglio, serve non tanto a guardare indietro quanto a fornire indicazioni per i mesi successivi. Ad esempio le scorte in magazzino o, gli ordini acquisiti sono una traccia per il futuro e non a caso i centri di ricerca vi aggiungono rilevazioni, altrettanto cadenzate e confrontabili, sullo stato d’animo (il sentiment) delle imprese e dei consumatori.

Oltre al mondo imprenditoriale, sindacale e gli operatori commerciali anche il mondo politico è giustamente attento agli indicatori che, anche se non è sempre facile spiegarlo, non si muovono in perfetta sincronia.

Le assunzioni sono necessarie quando le lavorazioni aumentano stabilmente e le previsioni sono ottimistiche. i nuovi posti, non quindi sostituzioni dei lavoratori usciti, di solito seguono gli investimenti. Può accadere che una fase positiva non sia accompagnata da proporzionale aumento degli occupati se la crescita avviene in settori a bassa densità di lavoro. E poi lo scenario internazionale può rapidamente invertire le stime: in questo momento la produzione industriale segnala un rallentamento pesante in europa, che esporta meno, vive indirettamente la tensione sui dazi.

Si sta fermando la potente Germania, Brexit è una grande incognita. Cambia anche in positivo con i tassi di interesse che restano bassi, per incoraggiare le imprese e le famiglie a usare anche i prestiti per avviare nuove attività, ristrutturazioni o per la sostituzione di elettrodomestici o auto non più adeguati.

In un’Italia che oscilla di trimestre in trimestre fra Pil (prodotto interno lordo, la ricchezza creata) in calo o in leggerissima crescita, la buona notizia è che scende finalmente la disoccupazione giovanile, rientrata al 28,1% a giugno in calo di 1,5 punti percentuali rispetto a maggio. Una tappa importante, seppur su livelli altissimi, perché riporta l’indicatore al livello più basso dall’aprile 2011.

Ridurre la disoccupazione giovanile è un obbligo per una comunità prima che per un’economia. Lavoro è speranza, progettualità, pianificazione, la capacità di immaginare un percorso personale e professionale. Trattiene risorse formate in Italia, in percorsi scolastici e universitari che vengono meglio apprezzati all’estero. Evita dispersioni di energia e aiuta il pensiero positivo.

Occupazione e disoccupazione sono indicatori sociali prima che economici.

Per questo vanno guardati in sequenza agganciandoli ad altri macrodati, cercando conferme e valutando le contraddizioni. Si muove al ribasso il tasso generale di disoccupazione: al 9,7% in Italia sui minimi degli ultimi sette anni, per l’Eurozona il calo è al 7,5% rispetto al 7,6% di maggio. E’ il minimo dal 2008. I flussi statistici vanno esaminati e inquadrati: alcune percentuali sono calcolate sugli italiani in età da lavoro che, per l’effetto demografico, tendono a scendere. L’occupazione può essere part time che non è la stessa cosa dell’orario pieno. Aumentano bene i lavoratori nella fascia forte dai 35 ai 49 anni, dai 50 in su è difficile mantenere occupazione. Le donne, in recupero, sono ancora penalizzate.

Per un rilancio più consistente dell’occupazione bisognerà attendere la crescita robusta e continuativa, quella che incoraggia gli investimenti e le assunzioni.

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