di Maurizio Calipari

Il Comitato nazionale per la bioetica (Cnb) ha pubblicato il 30 luglio un parere intitolato “Riflessioni bioetiche sul suicidio medicalmente assistito”.
Come prassi, ne hanno dato notizia – in qualche caso, persino qualche ora prima della pubblicazione ufficiale del Parere sul sito del Cnb! – gli organi di informazione; alcune testate, poi, hanno titolato con enfasi che il Cnb, con questo documento, pur dando conto di posizioni diverse e irriducibilmente contrastanti tra i suoi membri, di fatto “apre le porte” ad una possibile legalizzazione del cosiddetto suicidio assistito, in linea con gli auspici dell’ordinanza n. 207/2018 della Corte Costituzionale, emessa il 23 ott 2018.
Cosa fa a questo punto il lettore “attento”, se realmente interessato alla notizia? Probabilmente, decide di investire un po’ del suo tempo per capire meglio cosa abbia effettivamente detto il Cnb, magari leggendo di prima mano il documento in questione. E, facendo questo, cosa scopre?

Purtroppo, che quei titoli roboanti sono ben lontani dal reale contenuto del testo!

Tanto che lo stesso Cnb – i cui componenti, evidentemente, nel frattempo avevano letto gli stessi titoli dei giornali – ha ritenuto di dover urgentemente denunciare in un comunicato stampa (anch’esso del 30 luglio) questa discrasia mediatica, precisando la propria posizione. Ovvero, l’intenzione di affrontare il tema del suicidio assistito sul piano generale, cogliendo e ben descrivendo la complessità dell’argomento e le sue molteplici valenze, offrendo al tempo stesso una dettagliata rassegna delle differenti visioni – sul piano etico e giuridico – dei vari componenti del Comitato, proponendo delle raccomandazioni finali condivise dal Cnb in toto.
Dunque, nessuna “apertura” al suicidio assistito, ma soltanto un’articolata presentazione del problema, senza alla fine assumere una posizione etico-giuridica ufficiale e condivisa da proporre al pubblico.

Eppure, anche oggi, a distanza di ventiquattrore e dopo i chiarimenti intervenuti, alcune testate hanno ritenuto di continuare a titolare sulla notizia con lo stesso “motivo”, ormai “stonato e fuori ritmo”, del tutto disallineato rispetto alla verità conclamata!

Viene allora proprio da chiedersi – domanda retorica? – se ciò che spinge i media a lanciare questi messaggi fuorvianti sia davvero “amore per l’informazione” (in tal caso, con palese insuccesso) o non sia, piuttosto, il tentativo di propagandare posizioni culturali ed etiche precostituite, servendosi dei fatti anziché raccontarli. In questo caso, diffondendo una visione che auspica la legalizzazione di eutanasia e suicidio assistito.
Per i mezzi di comunicazione, informare è un dovere essenziale, un servizio imprescindibile perché il pubblico possa conoscere la realtà degli accadimenti e farsene un’opinione; ancor più quando si tratta di temi sensibili e decisivi, quali quelli connessi alla dignità della vita umana, della malattia e della sofferenza, della morte. Perciò, riteniamo di avere il diritto di pretendere correttezza e aderenza alla verità da parte di chi, per attività e impegno professionale, ci racconta le cose. Magari, dopo essersi accertato che le sue parole coincidano con la realtà!

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