Tolkien e Il Signore degli Anelli: «Un’Europa chiusa come la Contea della Terra di Mezzo è destinata a morire»

Parla Andrea Monda, direttore de "L'Osservatore Romano" e profondo conoscitore dell'opera di J.R.R. Tolkien: "La chiamata alla santità è universale, tutti possono contribuire con il proprio talento a un disegno più grande. Ma c'è bisogno del contributo di ciascuno di noi. Alla fine vince la Compagnia dell'anello e non l'oscuro signore, solo nella sua torre"

di Riccardo Benotti

“Un’Europa come la Contea della Terra di Mezzo, chiusa e con le barriere ai confini, è destinata ad esaurirsi. Se non si fa entrare nessuno e non si vuole uscire, allora si muore”. Andrea Monda, direttore de “L’Osservatore Romano”, è un tolkieniano di razza. Autore di tre saggi dedicati all’opera dello scrittore britannico nonché apprezzato conferenziere, Monda rilegge le pagine de “Il Signore degli Anelli” a 65 anni dalla pubblicazione dell’opera e rivela: “Anche Papa Francesco è appassionato di Tolkien”.

Cosa resta delle oltre mille pagine scritte da Tolkien negli anni in cui l’Europa era funestata dalla Seconda guerra mondiale?

La lotta per il potere e per l’affermazione di se stessi. Siamo chiamati a includere gli altri creando una Compagnia di diversi, come nel romanzo, di gente che magari è anche ostile al suo interno ma che insieme contribuisce alla buona riuscita della missione. Gli hobbit sono un po’ come gli uomini occidentali di oggi: sicuri, tranquilli e pacifici in una terra che non conosce guerra da più di 70 anni. Ma anche viziati da questo benessere. Uomini che non vivono più, ma si trascinano in un’accidia nichilistica.

Eppure c’è qualche hobbit che ha il coraggio di sfidare le regole sociali?

Alcuni hobbit hanno una scintilla latente e si avventurano fuori dalla Contea.

Se la società e la Chiesa non sono in uscita, anche il posto più sicuro del mondo non è per niente tale.

Il romanzo finisce con la Contea devastata. È il rischio che stiamo correndo. Ma la lettura profetica di Tolkien si spinge oltre: gli hobbit vivono tantissimo, come gli uomini contemporanei. Ma questo prolungamento dell’età media che costo ha in termini etici e spirituali? La vita è un’attesa passiva della fine o è un’avventura?

L’opera di Tolkien è, dunque, ancora capace di raccontare il mondo?

La letteratura è il frutto della riflessione dell’uomo sul mistero dell’esistenza. Chesterton sosteneva che la letteratura può essere un lusso, ma la narrativa è una necessità. L’uomo è un animale narrante. Nel Novecento, secolo di crisi in cui sembrava non ci fosse più spazio per le grandi storie ma tutto fosse centrato sull’interiorità, sono nate opere ricche dal punto di vista narrativo. Nel momento in cui il lettore entra nel libro, esce dal mondo in cui vive per poi tornarvi con una comprensione più nitida di ciò che lo circonda. Ci si astrae dal mondo per dargli un senso. Chi legge “Il Signore degli Anelli” viaggia per la Terra di Mezzo per rientrare nella sua realtà quotidiana più attrezzato per capirla.

Gli hobbit sono la più grande invenzione letteraria di Tolkien?

Lo sono senz’altro, tutto il resto – dai draghi agli alberi parlanti – era già conosciuto. Sono uno specchio dell’uomo occidentale di ieri e di oggi, con i vizi e i pregi. Ci possiamo riconoscere in questi piccoli uomini invischiati in storie più grandi di loro ma che, grazie alla condivisione, riescono a trovare una via d’uscita.

Più santi che eroi?

Gli hobbit non sono eroi in senso tradizionale, anche se compiono grandi gesta. Ricordano più i santi: non perché siano perfetti, e neanche i santi lo sono. Ma perché si mettono al servizio di un disegno più grande. Diceva il teologo gesuita Daniélou che

mentre l’eroe dimostra ciò di cui l’uomo è capace, il santo dimostra ciò di cui Dio è capace.

Il santo presta la sua opera, debole o forte, per rispondere alla chiamata. Gli hobbit sono pronti, rispondono a una missione. Portano avanti il compito che gli è stato assegnato. Essere fedeli alla propria vocazione fa sì che somiglino ai santi, che rendano possibile il disegno della Provvidenza divina nella storia.

È, dunque, più facile identificarsi con Frodo che con Gandalf?

La chiamata alla santità è universale, tutti possono contribuire con il proprio talento a un disegno più grande. Ma c’è bisogno del contributo di ciascuno di noi.

Alla fine vince la Compagnia dell’anello e non l’oscuro signore, solo nella sua torre.

Mi sembra di capire che gli hobbit siano anche i suoi personaggi preferiti?

Mi affascina il trio Frodo, Sam e Gollum. In particolare Gollum è il personaggio più drammatico e tragico del romanzo, per certi versi struggente. È una mini compagnia all’interno della quale c’è anche il traditore, ma è probabilmente la parte più commovente del romanzo e più vicina a noi. A volte infatti siamo Frodo o Sam, ma di tanto in tanto bisogna riconoscere di essere come Gollum.

Alla fine vince sempre il bene?

In una lettera Tolkien scrive di essere cattolico romano, per cui la storia è una lunga serie di sconfitte che non cancellano la vittoria finale. Si fallisce sempre, anche Frodo non riesce a gettare l’anello, ma la storia non è fatta dall’uomo. È fatta da Dio. Il diavolo ha già perso. Anche quando sembra che il mondo sia preda del male, spuntano improvvisi punti di luce.

Il mondo non sarà salvato dai potenti della terra, ma dai piccoli.

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