SISMA TRE ANNI DOPO/3 Mons. Leuzzi: «Sollecitiamo affinché ogni Istituzione faccia bene il suo dovere»

Nel terzo anniversario del terremoto del Centro Italia, la diocesi di Teramo-Atri cerca di guardare oltre l'ostacolo, riponendo la speranza in quei segni che arrivano dalla riapertura di 18 chiese inagibili e il finanziamento per la ristrutturazione di altre 56 allo stato attuale chiuse

di Marco Calvarese

La diocesi di Teramo-Atri ha uno strano rapporto con il terremoto, è stata infatti interessata da tutti quelli che si sono succeduti nel Centro Italia dal 2009 al 2017, ma non è mai finita al centro delle cronache nazionali che hanno acceso i riflettori su altre località dove la tragedia umana era di enorme rilevanza. Anche mentre accadeva la tristemente nota vicenda di Rigopiano, pochi sapevano che a pochi chilometri di distanza la terra tremava sotto i piedi di persone che non sapevano dove scappare perché isolate dal resto del mondo dalla forte nevicata che imperversava.

Ad evidenziare questa situazione c’è il conto dei danni registrati da un territorio dove sono numerose le chiese crollate o chiuse nel tempo a causa delle scosse. Se pochi secondi sono bastati per distruggere tanti luoghi di culto, sono trascorsi anni prima di iniziare a vedere le prime riaperture che, allo stato attuale, sono 18.

Sono 56 invece i luoghi di culto che hanno ottenuto proprio il mese scorso, il finanziamento utile alla messa in sicurezza e ristrutturazione. Questo grazie all’ordinanza specifica firmata da Piero Farabolini, commissario straordinario ricostruzione sisma 2016, che ha semplificando l’iter burocratico.

Il decennale del sisma del 2009 a Teramo, è stato segnato dal suono delle campane della cattedrale di Santa Maria Assunta che, dopo la messa in sicurezza della torre che le ospita, sono tornate a far sentire i rintocchi in città proprio il 6 aprile 2019.

Prima della cattedrale teramana, era toccato all’altro simbolo della diocesi aprutina fare festa, infatti il 14 agosto 2018, proprio nel giorno dell’apertura della Porta Santa, la concattedrale di Atri aveva potuto riaccogliere i fedeli al suo interno.

Un cammino lungo che non fa perdere d’animo il pastore della diocesi di Teramo-Atri, mons. Lorenzo Leuzzi, che dal suo arrivo nel gennaio 2018, ha subito convogliato le sue attenzioni sull’argomento terremoto, organizzando in particolare un Ufficio tecnico specifico e il “Forum internazionale del Gran Sasso” che, giunto alla sua seconda edizione, ha contribuito ad organizzare i lavori e interessare le diverse parti sull’argomento.

Qual è la situazione nella diocesi di Teramo-Atri a tre anni dall’ultima scossa di terremoto e oltre dieci dalla prima che ha sconvolto L’Aquila e l’Abruzzo?

Quando sono arrivato in diocesi e ho iniziato il mio ministero, abbiamo intrapreso un cammino a partire dal convegno del 3 febbraio 2018 che, prendendo spunto dalle tre famose parabole del capitolo 25 di Matteo, aveva come tema 3 verbi: prevenire, investire e costruire. Devo dire che è iniziato un cammino di impegno sempre maggiore, innanzitutto nel ricreare quella comunione tra le diverse Istituzioni che porta a credere che è possibile ricostruire, non soltanto gli aspetti puramente strutturali che sono in ritardo soprattutto nel settore privato, ma che è possibile ricostruire un tessuto sociale che aiuti tutta la comunità a credere che è possibile ripartire.

Mi sembra che in questi mesi si è fatto molto, soprattutto nella collaborazione tra le diverse Istituzioni. Ciò ha portato alla possibilità di riaprire alcune chiese. Io ricordo la riapertura della concattedrale di Atri, l’Annunziata a Teramo ma anche altre chiese soprattutto in quei paesi dove è più forte lo spopolamento. Penso ai paesi intorno al Gran Sasso e i Monti della Laga.

Questo costituisce un punto importante per rimotivare il senso di appartenenza alle piccole comunità, che un tempo erano molto più popolose, ma soprattutto un’occasione per ridare ai giovani la possibilità di ricredere e ritrovare le proprie radici.

Credo che si è fatto molto e spero, grazie alla nuova ordinanza, di poter fare un ulteriore passo in avanti. Io sono convinto che attraverso la collaborazione di tutti sarà possibile, nel giro di poco tempo. Noi abbiamo avuto la possibilità di poter riaprire, di poter ricostruire 56 chiese affidate alla responsabilità della diocesi ma ci sono anche altre chiese affidate al Ministero per i beni culturali, e dunque io sono convinto che insieme, anche attraverso l’opera dell’Ufficio tecnico, di poter quanto prima ridare vita a quelle comunità che hanno sofferto molto per l’assenza della possibilità di poter usufruire della propria chiesa parrocchiale.

È un cammino che racchiude il tentativo di far ripartire i paesi, soprattutto della montagna, dove più forte è stato il senso di smarrimento non soltanto per il terremoto ma anche per la grande nevicata del 2017.

Il Forum internazionale del Gran Sasso ha segnato l’inizio del suo operato nella diocesi in generale e per quanto riguarda il terremoto in particolare, spicca la ripetizione nel titolo della prima e della seconda edizione: prevenzione. Cosa rappresenta e qual è la sua importanza?

Chi sa prevenire ha in sé la possibilità di andare oltre, di prepararsi per affrontare le difficoltà e le nuove sfide che man mano si presentano nella società.

Quando parliamo di prevenzione, non parliamo soltanto di un atteggiamento difensivo ma di una capacità di saper guardare avanti, soprattutto la capacità progettuale. Perché senza lo spirito di chi è capace di prevenire i limiti e le difficoltà, non si è poi capaci di dare risposte adeguate alle sfide che man mano la società contemporanea deve affrontare.

Questa dimensione del prevenire, mi sembra sia un tema importante che ha aiutato molto a maturare, non solo nello spirito di collaborazione tra le diverse realtà ma soprattutto nella cultura della prevenzione che diventa condizione fondamentale per aiutare le nuove generazioni a prepararsi per il futuro.

Quale messaggio invia alle persone toccate dal terremoto e dal disagio da esso derivante?

Io credo che nella nostra diocesi, la gente ha avvertito che c’è una svolta, soprattutto la riapertura delle chiese ha creato un grande momento di fiducia e di speranza, anche se ci sono ancora delle situazioni irrisolte per quanto riguarda la ricostruzione privata. Credo che questo impegno della chiesa diocesana, possa essere una grande sollecitazione perché ogni Istituzione faccia bene il suo dovere programmatico. Sono convinto che nel giro di poco tempo faremo un ulteriore passo in avanti per riportare le popolazioni a godere delle proprie comunità di origine e, soprattutto, motivare i giovani a non abbandonare le proprie terre. In questo senso ci sarà l’impegno anche della diocesi nell’aiutare i giovani a motivarsi nei confronti di quelle professioni, quei mestieri, che sono stati abbandonati e che forse hanno bisogno di essere rilanciati per aiutare i giovani a tornare nelle proprie terre.

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