Settembre tempi di scuola: La verità vi farà liberi

Ero arrivata puntuale all’appuntamento. Mi ero fermata prima, per una breve visita, in una chiesetta che conoscevo fin da bambina. Avevo ammirato i suoi marmi, i bellissimi affreschi e soprattutto la cura con cui era tenuta la cappellina, dove la luce rossa m’indicava una presenza invisibile ma reale.
Non ero preoccupata, perché sapevo che quel colloquio di lavoro che mi avrebbe impegnata in una scuola, in qualsiasi modo si risolvesse, segnava un ulteriore passo verso quel disincanto ormai presente e che non destava più meraviglia in me.
I professori che avevano esaminato il mio curriculum sono arrivati uno alla volta: il primo all’ingresso, il secondo in cima alle scale, l’ultimo molto impegnato, uscito da una porta a vetri.
Ero stata chiamata d’urgenza per una questione spinosa che, a detta del direttore, io potevo risolvere: un servizio light, che non mi avrebbe impegnata molto. Si aggiungeva che, nel caso avessi voluto, avrei potuto usufruire della mensa scolastica e di un alloggio di cui però non avevo visto traccia.
Nei colloqui precedenti con il vicepreside, avevo già chiarito che avrei svolto volentieri quel compito, ma che avrei fatto a meno della mensa e dell’alloggio, a cui avevano provveduto alcuni amici. Rimaneva soltanto un “ma” per me non indifferente: avevo bisogno di un piccolo rimborso spese che avrebbe arrotondato il mio già magro stipendio mensile. Questa la mia sola condizione posta.
Dal mio punto di vista, quest’ultimo colloquio con i responsabili – preside, vicepreside e consulente scolastico – serviva solo per definire alcuni dettagli.
Ci siamo seduti. Il lungo tavolo mi è sembrato enorme e percepivo nell’aria un certo imbarazzo. Ho guardato il legno e, come sovrappensiero, mi sono accorta che una parte del tavolo era consumata, anche se pulita non aveva più la sua iniziale lucentezza, logorata come si logorano le persone col passare degli anni.
Visto che nessuno apriva il discorso, ho cercato di capire a che punto era giunta la questione e ho ricordato la chiamata ricevuta, i colloqui precedenti e tanti altri dettagli. “Chissà”, ho pensato, “forse qualcuno ha perso la memoria, con i continui andirivieni dei ragazzi e tutti i problemi inerenti all’insegnamento”. Può capitare – niente di speciale – che i particolari sfuggano, le parole dette si dimentichino e il tutto vada in fumo. In realtà si doveva arrivare solo al dunque: a quanto sarebbe ammontato il rimborso spese, tra l’altro lasciato a discrezione dei tre dirigenti scolastici, niente di più.
La mia disponibilità era piena. Ero giunta con alcuni fogli che prevedevano dei passi iniziali da fare prima di cominciare. La sistemazione di alcune parti strutturali che avrebbero facilitato il compito che dovevo svolgere.
Il volto dei presenti però smentiva quella che era stata la fretta iniziale, i problemi insormontabili, tanto che sembrava che ormai tutto fosse stato superato. Ho deciso di tacere, sperando che qualcuno riprendesse il discorso… inutilmente… qualche balbettio, qualche occhiata e nulla più. Ho tentato di capire dove fosse il problema, ma le bocche tacevano, le mani si allargavano ed io rimanevo senza una risposta.
La tentazione era quella di alzarmi e andarmene, tanto la faccenda era diventata imbarazzante. Il vicepreside fremeva alle prese con il cellulare che, anche se in silenzio, protestava come un bambino lasciato senza pappa.
“Allora?”, ho finalmente domandato.
Pronunciando questa semplice parola ho percepito che davanti a me vi erano non uno, bensì tre “don Abbondio”, personaggio di menzoniana memoria da tutti ricordato per non essere di certo un cuor di leone… Il quale, di fronte ai due bravi, restava come smarrito: “Che fare? Tornare indietro, non era più tempo; darsela a gambe, era lo stesso che dire ‘inseguitemi’ o peggio”. Non potendo schivare il pericolo, il curato dei Promessi Sposi “vi corse incontro, perché i momenti di quell’incertezza erano allora così penosi per lui da non desiderare altro che d’abbreviarli. Così affrettò il passo, recitò un versetto a voce più alta, compose la faccia a tutta quella quiete e ilarità che poté, fece ogni sforzo per prepararsi a un sorriso da esibire davanti ai due scagnozzi”.
E tornando a noi, se davanti a me trovavo tre don Abbondio, dei bravi ve n’era soltanto uno, per di più nelle sembianze di una donna, una donna che tra l’altro non avrebbe fatto paura a nessuno, tanto meno a don Abbondio stesso!
Ho compreso subito che nessuno di quei tre avrebbe avuto il coraggio di esprimere apertamente il proprio pensiero, di parlare in modo diretto, senza orpelli… il coraggio di dire che sborsare del danaro per coprire le spese relative ad un servizio che io avrei svolto con molto piacere, era chiedere troppo. Sicuramente nessuno di loro poteva avere presente, in quel momento, la frase del Vangelo: “la verità vi farà liberi”, quella verità che io stessa ho dovuto trarre, come conseguenza logica, da quel penoso colloquio.
Ed eccola finalmente la verità: non vi era più bisogno di una persona che svolgesse quel compito perché era insorto l’intoppo economico, ovvero la richiesta di una cifra minima, dignitosa per arrotondare un modesto stipendio e poter vivere decorosamente.
Conveniva alzarsi senza aggiungere altro e lasciare i tre don Abbondio cuocersi nei loro problemi scolastici, o meglio, nel loro brodo.
A me bastava la libertà che il Signore dona quando siamo liberi di dire la verità.
Maria Lidia Rossi

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