di Gianni Borsa da Strasburgo
“I sostenitori del Brexit dicevano: Westminster riprende il controllo della politica britannica. Invece Westminster è stato chiuso!”. La sintesi più efficace dell’affaire-Brexit viene da Manfred Weber, tedesco, capogruppo dei Popolari all’Europarlamento, dove oggi è stata votata ad ampia maggioranza (su 708 votanti: 544 sì, 126 no, 38 astenuti) una risoluzione che definisce il recesso del Regno Unito “un evento deplorevole e senza precedenti”, e al contempo lascia aperta la possibilità di una estensione dell’articolo 50, portando la data del “divorzio” all’inizio del 2020.
Recesso ordinato? Il documento approvato in aula a Strasburgo (seduta plenaria del 18 settembre) è molto articolato ma di fatto ribadisce i punti fermi che i Ventisette, compatti, sostengono rispetto all’uscita di Londra dalla “casa comune”: backstop, ovvero “rete di sicurezza” per evitare una nuova frontiera fisica tra le due Irlande; rispettiva tutela dei diritti dei cittadini europei che vivono nel Regno Unito e dei britannici trasferitisi nei Paesi Ue; rispetto degli impegni finanziari sottoscritti dal Regno Unito, che ha sostanzialmente un “debito” verso l’Unione di circa 40 miliardi. La risoluzione – votata da quasi tutti i gruppi parlamentari, salvo le formazioni euroscettiche e nazionaliste, peraltro divise tra loro – mette in guardia dalle “conseguenze negative” della decisione inglese, le quali sarebbero “attenuate da un recesso ordinato del Regno Unito dall’Unione”;
il Parlamento afferma inoltre “che il Regno Unito e l’Unione europea rimarranno stretti vicini e continueranno ad avere molti interessi in comune”.
Nel documento si osserva che il 9 settembre 2019 la Camera dei Comuni ha adottato “una legge che obbliga il governo del Regno Unito a chiedere una proroga qualora non sia stato raggiunto un accordo con l’Unione europea entro il 19 ottobre”. Il testo indica quindi che l’Europarlamento “sosterrebbe una proroga del periodo di cui all’articolo 50 in presenza di motivi e finalità per una tale estensione (ad esempio evitare un’uscita senza accordo, svolgere elezioni generali o un referendum, revocare l’articolo 50 o approvare un accordo di recesso) e sempre che i lavori e il funzionamento delle istituzioni dell’Unione non siano pregiudicati”.
Rete di sicurezza. “Non sono certo che ce la faremo. Ma ci proveremo, fino all’ultimo, rimanendo disponibili 24 ore al giorno, 7 giorni su 7”: Jean-Claude Juncker lo ripete da giorni e lo ribadisce a Strasburgo. “Il rischio del no deal è reale, ma dobbiamo cercare un accordo col governo britannico per evitare pesanti conseguenze” di un eventuale recesso senza regole del Regno Unito.
“Ad oggi sappiamo che il 31 ottobre, con o senza accordo, il Regno Unito lascerà l’Ue. Se questo accadrà senza un accordo positivo, non sarà nostra responsabilità”.
Juncker racconta del suo recente incontro col premier Boris Johnson: “un colloquio quasi del tutto positivo”, dice. Ma restano parecchi nodi da sciogliere, in particolare il backstop per l’Irlanda. “Si tratta di una rete di sicurezza – specifica Juncker – che ha diversi obiettivi: evitare una frontiera fisica tra Irlanda del Nord e del Sud; preservare la pace tra le due Irlande e gli accordi del Venerdì santo; tutelare il mercato unico europeo e difendere gli scambi commerciali” che fino ad ora presentano reciproci vantaggi. “Occorrono negoziati politici, non solo tecnici”, ribadisce il presidente della Commissione: “occorre concentrarsi su un accordo per migliorare la vita dei cittadini europei e britannici”.

I nodi da sciogliere. L’impasse politico ruota attorno alle divisioni interne al governo e al parlamento di Londra. Boris Johnson minaccia una uscita senza regole, ma il suo Paese è lacerato, le imprese preoccupate dal “baratro”, i cittadini (soprattutto irlandesi e scozzesi) contrari a questa pericolosa partita a pocker. Michel Barnier rappresenta l’Ue nei negoziati con il governo inglese: “ci sono due punti chiave – spiega –; il primo riguarda l’Irlanda.
Non è una questione ideologica, ma pratica, per evitare che sull’isola tornino i muri, gli scontri, le violenze.
Per l’Irlanda noi vogliamo la pace e la possibilità per l’Eire di restare nel mercato unico. Il secondo aspetto è relativo ai futuri rapporti Ue-Uk. La dichiarazione politica che lo scorso hanno è stata sottoscritta dai Ventisette e dal governo di Theresa May spiana la strada a una collaborazione stretta nei settori dell’economia, della sicurezza, della tutela dei cittadini e dei consumatori, della politica estera… Dobbiamo essere ambiziosi e guardare ai nostri rapporti futuri. Anche perché – denuncia Barnier – con il no deal tutti i problemi sul tavolo rimarranno, nessuno di essi sarà superato o cancellato”.

Le voci del “palazzo”. Nei palazzi di Strasburgo raccogliamo varie voci. Manfred Weber specifica: “siamo d’accordo per un eventuale spostamento della data del Brexit solo se da Londra arriveranno nuove proposte. E comunque ritengo sia meglio ridare la parola agli elettori britannici con un nuovo referendum”. Iratxe Garcia Perez, spagnola, capogruppo dei Socialisti e democratici, punta il dito contro Boris Johnson per le “pesanti incertezze” che sta creando. “Comunque – argomenta – se il Regno Unito ha bisogno di più tempo per un referendum o nuove elezioni, sarebbe bene spostare in là la data del Brexit”. Un sì alla proroga viene anche da Guy Verhofstadt (Renew Europe, liberaldemocrarici) e da Philippe Lamberts (Verdi), entrambi eurodeputati belgi. L’italiano Marco Zanni (Lega, gruppo Identità e democrazia) è su tutt’altra posizione: “sono allibito per l’avversione alla democrazia che il Parlamento europeo sta dimostrando” rispetto alla decisione degli inglesi di lasciare l’Ue”.
“Hanno paura – dice, rivolgendosi alla maggioranza parlamentare – che qualcuno dimostri che l’Ue non funziona e che si può stare meglio al di fuori dell’Ue”. E invita a “capire le ragioni profonde per cui un Paese membro” ha deciso il recesso. Sulla stessa linea il brexiteer inglese Nigel Farage: “vogliono intrappolarci. Qualcuno ha paura di scoprire che si può essere più liberi e più ricchi e competitivi al di fuori dell’Ue”. Molto più cauto – e dai toni stranamente concilianti – il conservatore britannico Geoffrey Van Orden: “serve un buon accordo per il recesso e questo richiede flessibilità, da parte di Londra e dell’Ue”.

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