di Giovanna Pasqualin Traversa

“Episodi come questo sono un pugno nello stomaco ma purtroppo accadono e e sono il risultato di una profonda crisi antropologica e valoriale dovuta al combinato di diversi fattori”. Così Mario Pollo, sociologo e docente di pedagogia generale e sociale, e di psicologia delle nuove dipendenze all’Università Lumsa di Roma, commenta al Sir la scoperta della “chat dell’orrore”, in questi giorni alla ribalta della cronaca, venuta alla luce grazie alla denuncia, nei mesi scorsi ai Carabinieri di Siena, della mamma di uno dei ragazzini coinvolti – circa 300 su tutto il territorio nazionale – un tredicenne. Nella chat gestita su WhatsApp da due quindicenni, video pedopornografici, inni a Hitler e all’Isis, razzismo e antisemitismo, disprezzo e scherno nei confronti dei bambini malati di cancro, sevizie su animali. Il tutto condito con svastiche e bestemmie. Nome della chat “The Shoah party”. L’indagine scattata a seguito della denuncia vede indagati 25 ragazzi: 16 tra i 13 e i 17 anni; 9 tra i 18 e i 20. Il 18 ottobre hanno preso il via le perquisizioni nelle loro abitazioni.

Professore, da questa vicenda emerge un quadro di sconsolante degrado. Quali le cause?

Anzitutto la scomparsa dell’infanzia avvenuta negli ultimi decenni: grazie alla televisione e poi ai nuovi media i bambini sono entrati precocissimamente in contatto con realtà del mondo dalle quali un tempo venivano tenuti separati da una cintura protettiva che li esponeva gradualmente, man mano che crescevano in età e maturità, a guerre, morte, violenza. Oggi invece televisione e Internet producono nei bambini

uno “svezzamento” precoce rispetto a questi aspetti “crudi” della vita ed anche ad aspetti “adulti” come la sessualità.

Non parlano più come bambini; il loro è un linguaggio da adulti in miniatura, e così l’abbigliamento, mentre il mercato li rende precocemente piccoli consumatori. Di qui adolescenti che di fatto non stanno scoprendo la vita ma hanno già alle spalle un cammino.

Il fascino del trasgressivo, del rischio, del superamento del limite è un tratto dell’adolescenza, ma qui c’è dell’altro…

A fronte di questa fascinazione abbiamo una

crisi profonda del senso del limite e della coscienza.

Oggi a livello culturale si tende a negare la coscienza come luogo in cui la persona può scegliere le proprie azioni, orientare e governare il percorso della propria vita mentre si ipervalorizza la dimensione dell’inconscio.

Che cosa è venuto meno a livello educativo?

È venuta meno l’educazione alla coscienza e al dominio di sé,

di passioni, pulsioni e desideri, insieme al valore del limite inteso come luogo in cui il desiderio può realizzarsi in modi e forme socialmente ed eticamente accettabili.
Gli adulti – a partire dai genitori – non hanno più la capacità di porsi anche come limite nei confronti dei figli; sono piuttosto dei facilitatori dei desideri.
Negli adulti oggi manca una visione progettuale di senso della vita; non sanno educare i ragazzi alla trascendenza, aiutarli a scoprire qualcosa che è al di sopra della vita e a cui tendere: anzitutto il religioso ma anche ideali e valori di tipo laico: amore, amicizia, solidarietà, ideali politici e di giustizia.
Manca una visione valoriale dell’esistenza e in più c’è la negazione della presenza del male che porta alla negazione del peccato.
Non si è più in grado di fare i conti con la propria colpa: nulla è più peccato, al massimo è un errore frutto di debolezza. Inoltre, alcuni dei nostri ragazzi iperstimolati e annoiati,

già a 14-15 anni hanno bisogno dello sballo per provare qualcosa che li faccia sentire vivi.

Ma come si spiegano la mancanza di compassione e la crudeltà di certe affermazioni verso i più fragili?

Si tratta di un atteggiamento legato alla non educazione alla sofferenza degli altri. Siamo una società iper-incentrata sull’io. Ma il nostro si sviluppa solo in relazione con gli altri; se non è così diventa un io narcisistico che fa rinchiudere in se stessi e porta alla sociopatia, ossia all’incapacità di percepire i sentimenti degli altri e la sofferenza che vivono per colpa nostra.
Ma questa dimensione distruttiva – che spesso diventa anche autodistruttiva – è in qualche modo una risposta alla cultura del nichilismo, alla perdita della dimensione metafisica della vita e del senso della nostra presenza nel mondo.

Lei parlava del bisogno di trasgressione per sentirsi vivi. Ma la vita è fatta di ordinaria quotidianità…

Per questo il modello educativo deve aiutare i giovani a saper vivere ciò che sembra banale.

Il quotidiano è uno scrigno di senso coperto da un velo di polvere.

Se riusciamo ad aprirlo ci offre doni straordinari: occorre scoprire lo straordinario nel quotidiano della vita normale. Solo questo può salvare dalla corsa alla trasgressione.

È possibile “recuperare” questi ragazzi e tutti quelli che si trovano in situazioni simili?

Non esistono una situazione umana o una persona non redimibili. Certamente è difficile; il rischio fallimento è dietro l’angolo ma ogni persona può risollevarsi.
Ho visto adolescenti che avevano toccato il fondo risalire e raggiungere, dopo un adeguato accompagnamento, livelli evolutivi superiori a quelli che avrebbero avuto se non avessero vissuto la discesa agli inferi.
Servono però efficaci percorsi educativi che mettano il ragazzo al centro aiutandolo a scoprire la propria unicità e a comprendere che questa può svilupparsi solo nella relazione solidale con gli altri, agganciata a un sistema di valori e di senso che trascenda e orienti la sua vita. Per questo sono necessari adulti significativi e gruppi giovanili di tipo educativo. Vanno messi in campo più soggetti: famiglia, scuola, Chiesa, enti del tempo libero sportivi. Occorre ridare ai giovani

il senso e il gusto di un progetto di vita; l’espiazione della colpa deve avvenire all’interno di questo progetto.

Ritiene giusto controllare lo smartphone dei propri figli?

Oggi c’è il paradosso che da un lato rivendichiamo una privacy assoluta; dall’altro siamo monitorati in ogni nostra azione e i nostri dati sono accessibili. Per i ragazzi è importante il controllo, non poliziesco ma alla luce del sole, educando i bambini fin da piccoli a sapere che fino a che non avranno raggiunto la loro maturità e autonomia di vita, si può avere accesso a ciò che fanno. Un condivisione per aiutarli a crescere meglio e avere una vita più sicura e più protetta. Questo fa parte del dialogo e della fiducia che si costruiscono fin dai primissimi anni. Quando questo rapporto c’è, sono gli stessi ragazzi a confidare spontaneamente ai genitori qualcosa che può avere provocato turbamento in loro.
Se gli adolescenti si sentono ascoltati e compresi, anziché giudicati, non hanno paura di aprirsi: il dialogo è un’arte che richiede profonda empatia e capacità di immedesimarsi.

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