Juncker esce di scena. Crisi economica, migranti, Brexit: 5 anni vissuti pericolosamente

di Gianni Borsa
“Lottate contro i nazionalismi”, che sono “stupidi e limitati”. Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione, lancia un ultimo monito dalla sede dell’Europarlamento, a Strasburgo. Chiamato a render conto dei 5 anni di mandato alla guida dell’esecutivo (2014-2019), il 65enne lussemburghese, democristiano di lungo corso, già primo ministro nel suo Paese e poi presidente dell’Eurogruppo, elenca successi e, senza remore, fallimenti o lavori “lasciati a metà”. “Ricordo quelle telefonate…”. Se le procedure per la nuova Commissione capitanata dalla tedesca Ursula von der Leyen procederanno come stabilito, Juncker lascerà l’incarico di Bruxelles – “senza lacrime ma anche senza gioia”, sottolinea – il 30 novembre. Giunto alla guida dell’esecutivo sulla scia della pesante crisi economica, e in piena “crisi migratoria”, Juncker aveva definito – racconta – tre parole d’ordine per il lavoro che lo attendeva: “crescita, occupazione e investimenti”. Da allora l’economia europea si è faticosamente risollevata, la disoccupazione è ai minimi storici in molti – non tutti – i Paesi, il “Piano Juncker” per gli investimenti ha mobilitato 142 miliardi e creato – sostiene – un milione di posti di lavoro.
“Abbiamo reso il patto di stabilità più flessibile e siamo andati in aiuto di Spagna, Portogallo, Italia e Grecia, quando ci è stato richiesto”, nonostante la contrarietà “di molti Paesi membri”. Sulla Grecia annota: “abbiamo ridato dignità a quel Paese”, per lenire le “sofferenze della popolazione”. Afferma: “si voleva impedire alla Commissione di agire” a favore di Atene “e ricordo le telefonate di diversi leader che mi dicevano: ‘fatti gli affari tuoi’. Ma noi abbiamo agito in base ai trattati che stabiliscono che la Commissione è guardiana degli interessi generali. E salvaguardare l’Eurozona è interesse comune”.

L’elenco delle “delusioni”. Nel suo intervento al Parlamento europeo, Juncker si sofferma sulle “delusioni”: non aver risolto la divisione dell’isola di Cipro, non essere riuscito – dichiara – a definire un trattato con la Svizzera,
non aver completato l’Unione bancaria, “tassello essenziale per l’Unione economica e monetaria”.
Un’altra pesante delusione, che imputa (giustamente) ai capi di Stato e di governo riuniti la scorsa settimana a Bruxelles, è il mancato riconoscimenti dello status di Paese candidato ad Albania e Macedonia del Nord. “Un grave errore”, sottolinea con voce pesante. Africa, migrazioni, pace. Il presidente uscente si dice invece soddisfatto per aver contribuito a definire il “Pilastro dei diritti sociali”, per “assegnare una dimensione sociale all’Ue”, peraltro ancora tutta da concretizzare. Poi il capitolo Africa, “alla quale serve solidarietà, non la nostra carità” e per questo l’Ue dovrebbe dar vita a un “vero partenariato col vicino continente”. Anche in questo caso occorrono investimenti, per creare sviluppo economico e sociale.
La stessa solidarietà, segnala, che “è mancata” nel capitolo migrazioni, aggiunge Jean-Claude Juncker.
Quindi alcune annotazioni sul commercio internazionale, sulla politica estera (invoca l’introduzione del voto a maggioranza in Consiglio al posto dell’unanimità) e circa l’impegno doveroso per la costruzione della pace su scala mondiale, visti “i 60 conflitti attualmente in corso nel mondo”. “Non diamo per scontata la pace che abbiamo in Europa, parliamone con i giovani”.

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