Casali è una piccola frazione di Ussita. La chiesa romanica che si trova all’inizio della strada che risale la Val di Panico, è stata pesantemente danneggiata dal terremoto; l’abside è quasi del tutto crollata. Dalla spianata adiacente si può godere una vista superba sulla parete nord del monte Bove. A pochi passi di distanza, nei pressi di una fonte, c’è un ri- storante chiuso a causa del sisma. Gli ultimi post registrati dai proprietari nella pagina Facebook risalgono a un anno fa. Provo comunque a mettermi in contatto; vorrei sapere se è possibile raggiungere Casali. «Buongiorno Giancarlo – mi rispondono dopo qualche ora – al momento la strada che sale da Ussita è chiusa: il paese è tuttora in zona rossa».

Anche i gestori del Rifugio Casali, trasferitisi altrove, continuano a lanciare segnali di esistenza online: immagini di boschi, profili di monti, e il volto solcato dalle rughe di Antonio, scomparso di recente. Una foto lo ritrae come un vecchio sfollato, cuffia in testa, nel camping di Porto Recanati. «Mi sapete dire dove è sepolto?», chiede qualcuno. «È sepolto a Casali», la risposta. Siamo in autunno inoltrato. La stagione estiva si è conclusa da tempo e le strade danneggiate dal sisma tornano a essere intransitabili. È chiusa la strada per Casali, è chiusa la strada per Castelluccio. Eppure non mancano i segni di rinascita, commoventi come i gerani appesi alle finestre di quelle che chiamano “soluzioni abitative di emergenza”. È di questi giorni la notizia della riapertura della chiesa di Pievefavera e del restauro del suo organo. E lo scorso 9 novembre è stata inaugurata, a Pian di Pieca, la “Casa nel Cuore”, gestita dall’associazione Anfass Sibillini e destinata a ospitare persone con disabilità: a causa del terremoto molti hanno perso l’abitazione, così si è pensato ad allestire una struttura dove i ragazzi possano vivere insieme. Vito Teti, antropologo che ha pubblicato per la casa editrice Quodlibet il saggio “Pietre di Pane”,

ha indicato con il termine “restanza” la condizione di coloro che decidono consapevolmente di rimanere nel luogo delle proprie origini con l’intenzione di rianimarlo. Restare – ha scritto – non significa condannarsi a un immobilismo fuori dal tempo, ma attivarsi. Significa coltivare la rete di relazioni che costituiscono la vita di un paese, cercando di rigenerare e reinventarne l’identità. Perché non sono le case ristrutturate a identificare un luogo, ma la comunità che le abita.

Resta da capire come questo profondo attaccamento alla propria terra possa conciliarsi con le migrazioni continue che caratterizzano il nostro tempo: «Traggo la mia energia dagli scossoni di un autobus, dal rombo di un aereo, dal dondolio dei traghetti e dei treni » – fa dire alla protagonista di un suo racconto la scrittrice polacca Olga Tokarczuk, vincitrice del premio Nobel per la letteratura. Forse la contraddizione è solo apparente. Restanza non significa stare fermi, ma essere in perenne ricerca; promuovere forme di democrazia partecipativa e progettuale, anche in forte discontinuità con il passato. Investire sulla propria storia senza esserne prigionieri. In questo senso coloro che hanno deciso di restare rappresentano un approdo per coloro che ritornano. Non a caso a Frontignano è nata una associazione di animazione del territorio, “Casa” (Cosa–Accade–Se– Abitiamo), che si è definita proprio un “porto di montagna”: luogo di confronto tra idee diverse di sviluppo e di ricostruzione. Perché di questo è fatta la vita dei restanti: sentieri solitari, incontri sinceri, e acque vagabonde che non si fermano mai.

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