di Cristiana Dobner

Indubbiamente l’informazione ai nostri giorni è rapida quando non simultanea e pure il coraggio della denuncia non manca.

Si è superato anche quel crinale che impediva alla donna vittima di violenza di esternare per vergogna, per un malinteso senso di dignità, molto vicino all’onore delle donne del siglo de oro.

Però, né l’informazione che consente di prendere delle misure, né il senso di dignità della donna contemporanea, sembrano arginare episodi che lasciano traccia irreversibile non solo nella donna stessa ma in tutto il suo ambito di vita.

Sconcerto, indignazione, riprovazione lo provano tutti (o quasi tutti) e scuotono il capo. In realtà però quali sono le iniziative, gli interventi concreti?

Non basta additare questa o quella donna che con il suo abbigliamento (o non abbigliamento) oppure con la sua, chiamiamola disinvoltura, pare attirare impeti di violenza, atti riprovevoli.

Non basta neppure giocare su affermazioni di consenso o di pseudo consenso.

Tutte queste opzioni sono soltanto una sorta di cerotto su di una ferita profonda che richiederebbe l’intervento di un medico esperto.

Sono tutti pretesti per non guardare in faccia la realtà e girare comodamente pagina.

Inchieste ed indagini serie confermano che le donne patiscono violenza proprio dalle persone loro vicine, siano mariti, compagni o amici.

Non suscita uno sgomento profondo? La persona con cui condividi tutta te stessa, si scatena irrazionalmente proprio contro di te.

Viltà e sopruso si stringono la mano.

L’ottica con cui si osservano questi dolorosi fatti è unilaterale e soltanto denunciataria.

Troppo poco e, francamente e paradossalmente, inutile.

Perché tutto continua e chi subisce, continua a subire.

Eppure esiste una chiave che possa consentire di entrare nel gorgo del problema e trovare una via non d’uscita che viene a mascherarsi di silenzio ma una via di salvezza.

È carente il rispetto per la persona, ridotta ad un uso che poi conosce il suo getta. Rapido e comodo.

È carente il rispetto per l’amore, per la dedizione dell’uno all’altra, mentre viene sempre esaltato e pubblicizzato il sesso.

Davvero, all’interno delle grandi conoscenze della nostra epoca in ambiti quali la psicologia e la psicanalisi, si è introdotta una micidiale divisione fra sesso e amore.

Divisione che non apre alla felicità dell’altro ma osserva solo se stesso, lasciando il varco a istinti incontrollati e, forse, incontrollabili.

L’educazione non deve solo essere sessuale ma educazione all’amore che sa donarsi.

L’esasperazione che si trasforma in botte o in atti di prevaricazioni ha radici molto lontane che scendono nel profondo della rabbia, dell’insoddisfazione, della precarietà dell’esistenza che conosce solo quel arco di tempo e di spazio che concede la vita.

Tutto spaventa. Tutto traumatizza.

Non esiste più, nell’educazione e nella prassi che si insegna ai giovani, un ascolto della persona, del suo sentire, del diventare affini e vicini.

La persona viene conculcata perché catturata nella sua superficie più banale.

La donna soccombe perché non possiede la stessa forza del maschio? Troppo spesso sì, perché le donne che sanno difendersi la fanno pagare cara all’aggressore.

La donna soccombe perché pensa sempre ad un possibile recupero, pensa – se ci sono – ai figli?

Mille e più le concause che fanno di ogni violenza, una tragedia dura e difficile da superare.

Non sappiamo più guardarci negli occhi con limpidezza, libertà e desiderio di autentica complementarietà, condividendo gioiosamente un progetto comune.

Tutto il turbinio dell’animo maschile subisce una scossa che, se non è educato, si rivolta in gesti inconsulti.

Da credenti il richiamo ad uno sguardo che sappia riconoscere l’amore vero e autentico e consenta di camminare con il calore degli sguardi incrociati verso la meta della pace, della gioia, è quello evangelico: impossibile alzare la propria mano contro chiunque, a maggior ragione, alzarla contro chi si ama.

Certamente con il presupposto di fondare il proprio amore sul grande Amore che ci ha creati.

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