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giovedì, febbraio 27, 2020
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Papa Francesco: al Corpo diplomatico, su crisi Usa-Iran: «Evitare innalzamento dello scontro»

Con queste parole il Papa, nel discorso al Corpo diplomatico, ha affrontato la questione geopolitica al momento più urgente, rinnovando il suo appello, dopo quello di domenica scorsa all’Angelus

«Particolarmente preoccupanti sono i segnali che giungono dall’intera regione, in seguito all’innalzarsi della tensione fra l’Iran e gli Stati Uniti e che rischiano anzitutto di mettere a dura prova il lento processo di ricostruzione dell’Iraq, nonché di creare le basi di un conflitto di più vasta scala che tutti vorremmo poter scongiurare». Con queste parole il Papa, nel discorso al Corpo diplomatico, ha affrontato la questione geopolitica al momento più urgente, rinnovando il suo appello, dopo quello di domenica scorsa all’Angelus, «perché tutte le parti interessate evitino un innalzamento dello scontro e mantengano accesa la fiamma del dialogo e dell’autocontrollo, nel pieno rispetto della legalità internazionale».

Rompere la «coltre di silenzio che rischia di coprire la guerra che ha devastato la Siria nel corso di questo decennio», l’altro appello del Santo Padre, che ha definito «particolarmente urgente trovare soluzioni adeguate e lungimiranti che permettano al caro popolo siriano, stremato dalla guerra, di ritrovare la pace e avviare la ricostruzione del Paese». «La Santa Sede accoglie con favore ogni iniziativa volta a porre le basi per la risoluzione del conflitto ed esprime ancora una volta la propria gratitudine alla Giordania e al Libano per aver accolto ed essersi fatti carico, con non pochi sacrifici, di migliaia di profughi siriani», ha proseguito Francesco, denunciando che «purtroppo, oltre alle fatiche provocate dall’accoglienza, altri fattori di incertezza economica e politica, in Libano e in altri Stati, stanno provocando tensioni tra la popolazione, mettendo ulteriormente a rischio la fragile stabilità del Medio Oriente».

«È con dolore che si continua a constatare come il Mare Mediterraneo rimanga un grande cimitero. È sempre più urgente, dunque, che tutti gli Stati si facciano carico della responsabilità di trovare soluzioni durature». È la parte del discorso del Papa al Corpo diplomatico dedicata alla questione delle migrazioni, sempre presente anche nei sei discorsi precedenti. «Occorre rilevare che nel mondo vi sono diverse migliaia di persone, con legittime richieste di asilo e bisogni umanitari e di protezione verificabili, che non vengono adeguatamente identificati», la denuncia di Francesco, che ha assicurato che da parte sua «la Santa Sede guarda con grande speranza agli sforzi compiuti da numerosi Paesi per condividere il peso del reinsediamento e fornire agli sfollati, in particolare a causa di emergenze umanitarie, un posto sicuro in cui vivere, un’educazione, nonché la possibilità di lavorare e di ricongiungersi con le proprie famiglie».

Tra le crisi umanitarie in atto, il Papa ha citato quella dello Yemen, «che vive una delle più gravi crisi umanitarie della storia recente, in un clima di generale indifferenza della comunità internazionale», e della Libia, «che da molti anni attraversa una situazione conflittuale, aggravata dalle incursioni di gruppi estremisti e da un ulteriore acuirsi di violenza nel corso degli ultimi giorni». «Tale contesto è fertile terreno per la piaga dello sfruttamento e del traffico di essere umani, alimentato da persone senza scrupoli che sfruttano la povertà e la sofferenza di quanti fuggono da situazioni di conflitto o di povertà estrema», il grido d’allarme di Francesco: «Tra questi, molti finiscono preda di vere e proprie mafie che li detengono in condizioni disumane e degradanti e ne fanno oggetto di torture, violenze sessuali, estorsioni».

«Risolvere i conflitti congelati che persistono» in Europa, «alcuni dei quali ormai da decenni, e che esigono una soluzione, a cominciare dalle situazioni riguardanti i Balcani occidentali e il Caucaso meridionale, tra cui la Georgia». È l’appello dedicato dal Papa al nostro continente, che occupa uno spazio molto ampio del discorso al Corpo diplomatico, in cui tra l’altro il Papa ha espresso «l’incoraggiamento della Santa Sede ai negoziati per la riunificazione di Cipro, che incrementerebbero la cooperazione regionale, favorendo la stabilità di tutta l’area mediterranea, nonché l’apprezzamento per i tentativi volti a risolvere il conflitto nella parte orientale dell’Ucraina e porre fine alla sofferenza della popolazione».

«Il dialogo – e non le armi – è lo strumento essenziale per risolvere le contese», ha ribadito il Papa citando il cammino di pace dell’Europa dalla fine della seconda guerra mondiale, che «ha visto nel consenso e nel dialogo uno strumento essenziale per risolvere le contese». «Nei padri fondatori dell’Europa moderna c’era la consapevolezza che il continente si sarebbe potuto riprendere dalle lacerazioni della guerra e dalle nuove divisioni che sopravanzavano solo in un processo graduale di condivisione di ideali e di risorse», ha ricordato il Papa citando Schuman e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. «Fin dai primi anni la Santa Sede ha guardato con interesse il progetto europeo», ha sottolineato precisando che si tratta di «un interesse che intende sottolineare un’idea di costruzione inclusiva, animata da uno spirito partecipativo e solidale», capace di fare dell’Europa «un esempio di accoglienza ed equità sociale nel segno di quei valori comuni che ne sono alla base». «Il progetto europeo continua ad essere una fondamentale garanzia di sviluppo per chi ne fa parte da tempo e un’opportunità di pace, dopo turbolenti conflitti e lacerazioni, per quei Paesi che ambiscono a parteciparvi», la tesi di Francesco.«L’Europa non perda dunque il senso di solidarietà che per secoli l’ha contraddistinta, anche nei momenti più difficili della sua stori», l’auspicio: «Non perda quello spirito che affonda le sue radici, tra l’altro, nella pietas romana e nella caritas cristiana, che ben descrivono l’animo dei popoli europei».

Due gli episodi dell’anno appena trascorso citati dal Papa: l’incendio della cattedrale di Notre Dame a Parigi, che «ha mostrato quanto sia fragile e facile da distruggere anche ciò che sembra solido», e il trentesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino, che «ci ha posto dinanzi agli occhi uno dei simboli più laceranti della storia recente del continente, rammentandoci quanto sia facile ergere barriere». «I danni sofferti da un edificio, non solo caro ai cattolici ma significativo per tutta la Francia e l’umanità intera, hanno ridestato il tema dei valori storici e culturali dell’Europa e delle radici sulle quali essa si fonda», ha proseguito il Papa: «In un contesto in cui mancano valori di riferimento, diventa più facile trovare elementi di divisione più che di coesione». «Il Muro di Berlino rimane emblematico di una cultura della divisione che allontana le persone le une dalle altre e apre la strada all’estremismo e alla violenza», ha detto Francesco: «Lo vediamo sempre più nel linguaggio d’odio diffusamente usato in internet e nei mezzi di comunicazione sociale».

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