L’inverno: questione di cuore e di stati d’animo

Anche se le stagioni sembrano pian piano scomparire, l’inverno è tornato con il freddo, la nebbia uggiosa, il sole che presto si nasconde dietro i monti. La gente si affretta a scappare a casa dove l’aspetta il caldo tepore delle sue pareti.
Ma in realtà questa stagione non è affatto spiacevole; questione di cuore e di stati d’animo: quando vi è la serenità dentro di noi, anche il freddo, la pioggia più di tanto non intaccano la nostra voglia di vivere e di ringraziare per quello che ogni giorno ci viene donato.
Non tutti però hanno la capacità di riflettere intorno a quello che ci circonda, dalle foglie che marciscono sul marciapiede, al tempo che scorre veloce… Molti credono fermamente che il loro passaggio in questo mondo sia stabile, quasi eterno; si costruiscono allora un modo di vivere legato non allo star bene, ai piccoli gesti, alle relazioni con gli altri, ma alle cose. Accumulano “tesori” e, come ci racconta il Vangelo, costruiscono granai, case, appartamenti. Comprano gioielli, vestiti griffati, oppure si tengono stretto stretto tra le mani il loro bel “patrimonio”, inconsci che un giorno quelle mani si apriranno e non potranno mai più chiudersi.
Certo questo non significa demonizzare la ricchezza, il benessere e il giusto e sacrosanto desiderio di pensare a un futuro tranquillo e sereno. Di sicuro Dio non ci vuole straccioni ed elemosinanti. Il problema sorge quando nel corso della vita s’incontrano persone che non vanno oltre il problema economico e investono le loro energie in quella mania di possesso che con gli anni diventa una malsana abitudine.
Conosco persone facoltose ma generose che con la mano destra elargiscono con la ignara complicità della mano sinistra. Così si prodigano per aiutare, soccorrere e sono di grande aiuto per alcuni che sono in difficoltà.
Ero arrivata stanca alla sera quando ho ricevuto la chiamata di un signore che doveva svolgere un certo tipo di lavoro in un magazzino dove mi recavo spesso e di cui mi avevano affidato le chiavi. Gli ho risposto che lo avrei raggiunto, così poteva venire e fare tranquillamente quello che gli avevano chiesto di fare.
Si presenta una persona alta, abbastanza giovane, che con occhio esperto individua le condizioni del magazzino e il lavoro da compiere. Subito si mette all’opera con destrezza pescando il necessario nella cassetta degli attrezzi. Ma all’improvviso il suo telefono squilla: il proprietario del magazzino gli chiede che cosa sta facendo. Lui, tranquillo, risponde che sta effettuando alcuni interventi di poco conto. L’altro, con voce arrogante, esige che faccia prima un preventivo e poi, eventualmente, i lavori solo a preventivo accolto. I lavori consistevano in una decina di buchi e qualche altra sciocchezza.
Il giovane, ricompone le sue cose, afferma che non si può lavorare con queste persone e giù un’imprecazione. Io cerco di attutire l’impatto con qualche espressione religiosa; lui ribatte che è ateo, che Dio lo mettiamo come il prezzemolo in tutte le salse e che con certe persone – specialmente se benestanti – non è possibile lavorare. Aggiunge che chi ha poco ti rincorre per pagare gli interventi effettuati e non protesta davanti a una bolletta; inoltre insiste sul fatto che fare un preventivo per piccoli lavoretti – come nel caso di quel magazzino – è del tutto ridicolo. Quindi se ne va. Gli ho chiesto il suo nome e gli ho detto il mio. Non sapevo niente della questione del magazzino. Ho capito un po’ meglio quando il giorno dopo ho incontrato il proprietario, il quale ha tenuto a precisare che chi gode del “privilegio” dell’affitto di un locale è tenuto anche – se necessario – a farci dei lavori; ha pure aggiunto che un suo conoscente lo aveva rimproverato per il basso canone richiesto… e giù tante parole sul perché e il come.
Ho ascoltato, distratta, ma non ho potuto fare a meno di pensare che veramente le mani di quest’uomo erano molto strette e ancora di più il cuore. Non si può perdere l’umanità per le cose, per gli oggetti e tanto meno per il danaro, soprattutto quando questo non ci manca, anzi ne abbiamo in abbondanza. Non si tratta di fare il processo a chi possiede, ma solamente di considerare la scala dei valori, se ancora questi esistono. Se il Vangelo ci dice che le prostitute ci precedono nel regno dei cieli, io mi permetto di aggiungere che anche gli atei ci sorpasseranno alla grande. Tra l’altro questa specie ormai è quasi completamente estinta, specie che si dovrebbe dichiarare protetta! A che serve condividere la domenica il Pane eucaristico se non condividiamo il pane delle nostre mense imbandite? Domande chiare a chi fa della religione un rito, una pratica, un’abitudine e non una vita spesa e data in abbondanza. A che serve trascorrere quaranta minuti per assistere ad una celebrazione, battersi il petto e poi non aprire il nostro cuore e i nostri orizzonti?
Ho ripensato a un brano di don Tonino Bello rivolto alla Chiesa, ovvero a ognuno di noi per tenerci lontani dal tarlo della cupidigia:
“Dà alla tua Chiesa tenerezza e coraggio.
Lacrime e sorrisi.
Rendila spiaggia dolcissima
per chi è solo e triste e povero.
Disperdi la cenere dei suoi peccati.
Fa’ un rogo delle sue cupidigie.
E quando, delusa dei suoi amanti,
tornerà stanca e pentita a Te…”

Fa’ un rogo delle nostre cupidigie… altrimenti l’inverno diventa triste, la nebbia ci opprime, la pioggia ci infastidisce e la luce della notte ci dà tristezza, perché l’inverno, quello vero, arriva nel nostro cuore quando è imbevuto di cupidigia.

Print Friendly, PDF & Email

Comments

comments