La cultura dello scarto

Li ho posati sul tavolo i due computer, all’apparenza nuovissimi. Uno rosso che mi faceva pensare al Natale appena trascorso, l’altro piccolo, maneggevole, leggerissimo.
Me li avevano dati per vedere di ricavarci qualcosa. Con una pesante borsa mi ero incamminata verso un negozio di elettronica quando un ragazzo, vedendomi curva sotto il peso, mi ha chiesto se volessi aiuto. L’ho guardato e mi sono arresa; pensavo che facesse con me solo una parte del percorso e che poi mi restituisse il pesante fardello. Così non è stato, perché mi ha stupito quando mi sono ritrovata al negozio insieme con lui dove mi ha riconsegnato la valigetta. L’ho ringraziato di cuore e gli ho chiesto il nome. Avevamo parlato del più e del meno durante il tragitto mentre lui, disinvolto, faceva girare la valigetta in alto e in basso come per fare alcuni esercizi ginnici.
Nel frattempo si è avvicinato il commesso, cordialissimo come sempre. In un batter d’occhio mi ha dato la diagnosi: quelle macchine erano ormai fuori uso, non perché non si potessero riparare ma perché nel giro di pochi anni erano state superate da altre tecnologicamente più avanzate, più sofisticate, più appetibili… insomma più moderne ̶ se questo aggettivo si può applicare al mondo digitale. Era come se un atleta di seconda categoria volesse competere con un professionista.
Ci vuole fiato per fare sport ̶ mi aveva detto poco prima il giovane che mi aveva accompagnato. E vendendo quei due computer posati sul bancone ho pensato che ormai ad essi il fiato era stato tolto nel giro di pochissimi anni.
Nonostante la definitiva sentenza non mi sono rassegnata ed ho pensato che forse a qualcuno che magari aveva un negozio di riparazioni elettroniche quei due computer potessero far comodo, se non altro per riutilizzarne alcune componenti. In realtà un tempo si faceva così: se non si usava più un abito o una borsa, in qualche modo si cercava di riparare e adattare per un altro fine. Niente si perde tutto si trasforma. Riciclare è anche di moda! Non per niente si vedono molti oggetti attraenti che provengono da materiale riciclato.
Ma nel mondo dell’elettronica evidentemente le cose non funzionano così. Ho ascoltato il gentilissimo commesso che mi ha spiegato con la dovuta chiarezza come anche facendoli aggiustare non avrei potuto riutilizzare quei dispositivi. L’ho ringraziato per la sua consueta pazienza e gentilezza.
Ho ripreso il mio pesante bagaglio, ma senza ancora arrendermi. Così mi sono recata in un negozio la cui insegna precisava che lì si riparava di tutto: computer, cellulari, stampanti… Sono entrata fiduciosa ed ho posato il mio materiale sul tavolo. Questa volta la gentilezza aveva un po’ disertato dal volto del negoziante che, scettico, mi ha guardato. Ho provato a chiedere che forse di tutto quel ben di Dio, qualcosa gli potesse servire, magari per riparare un’altra macchina. Niente da fare. Ha guardato il tutto senza sforzarsi più di tanto, poi ha aggiunto che scomporre quei computer gli sarebbe costato troppo lavoro. Dentro di me mi sono detta che il lavoro è la base di ogni nostra azione. Attraverso esso produciamo, trasformiamo, costruiamo… ma certamente è una fatica!
“Questa fatica è un fatto universalmente conosciuto, perché universalmente sperimentato. Lo sanno gli uomini del lavoro manuale, svolto talora in condizioni eccezionalmente gravose. Lo sanno non solo gli agricoltori, che consumano lunghe giornate nel coltivare la terra, la quale a volte ‘produce pruni e spine’, ma anche i minatori nelle miniere o nelle cave di pietra, i siderurgici accanto ai loro altiforni, gli uomini che lavorano nei cantieri edili e nel settore delle costruzioni in frequente pericolo di vita o di invalidità. Lo sanno, al tempo stesso, gli uomini legati al banco del lavoro intellettuale, lo sanno gli scienziati, lo sanno gli uomini sui quali grava la grande responsabilità di decisioni destinate ad avere vasta rilevanza sociale. Lo sanno i medici e gli infermieri, che vigilano giorno e notte accanto ai malati. Lo sanno le donne, che, talora senza adeguato riconoscimento da parte della società e degli stessi familiari, portano ogni giorno la fatica e la responsabilità della casa e dell’educazione dei figli. Lo sanno tutti gli uomini del lavoro e, poiché è vero che il lavoro è una vocazione universale, lo sanno tutti gli uomini” (GIOVANNI PAOLO II, Laborem exercens, 9).
Come di soprassalto ho sentito la voce di un cliente che commentava: “Siamo nella società dei consumi”. L’ho guardato e ho detto a voce alta: “A me sembra che ci sia da fare un passo ulteriore: siamo nella la cultura dello scarto. Si scarta per evitare il lavoro, si scarta per evitare il fastidio, si scarta per evitare la sofferenza, si scarta il cibo perché troppo sazi, si scarta e basta”.
Vengono scartati vestiti e persone quasi alla stessa stregua, per sfuggire la fatica del giorno per giorno. Se una donna è malata ci si stupisce che il marito non la lasci e non la scarti… e quando ci sono eccezioni arrivano i sospetti: “Non è normale che si comporti così, si può rifare un’altra vita! Ma perché lo fa, che senso ha? Non serve più a niente, non gli dà più niente…” e giù commenti e risatine.
La cultura dello scarto ci assolve da tutto dandoci, ad esempio, anche il diritto di acquistare un nuovo computer perché l’altro è già vecchio, sorpassato. La cultura dello scarto non conosce accoglienza, perdono, solidarietà, compassione, preoccupazione per l’altro: si arresta davanti al baratro: “non mi serve più”.
Mi sono ripresa il mio bagaglio da scarto. A quel punto non mi rimaneva che andare all’isola ecologica dove mani esperte avrebbero fatto poi un proficuo lavoro di differenziare l’utile dall’inutile. Ad uno scarto si sarebbe comunque arrivati…
E così “La terra, nostra casa, sembra trasformarsi sempre più in un immenso deposito di immondizia” (PAPA FRANCESCO, Laudato sii, 21).

Print Friendly, PDF & Email

Comments

comments