di Paola Chinellato

Anche quest’anno il comune di Urbisaglia ha celebrato la Giornata della Memoria con un evento organizzato dalla sezione locale dell’ANPI guidata da Giovanna Salvucci. Il protagonista dell’incontro è stato Otto Bauer, un viennese che fu prigioniero nel Campo di Internamento di Villa Bandini durante tutti e tre gli anni della sua attività.

Giovanna Salvucci

Giovanna Salvucci ha ripercorso le tappe della vita di Bauer inserendola nel più ampio quadro delle sorti degli ebrei viennesi sotto il nazismo a cominciare dall’Anschluss, avvenuto il 13 marzo del 1938, in seguito al quale la vita degli ebrei austriaci cambiò da un giorno all’altro: da comuni cittadini diventarono oggetto di persecuzioni e vessazioni sempre più pesanti fino a raggiungere il culmine con la Notte dei Cristalli, tra il 9 e il 10 novembre, quando furono distrutte migliaia di sinagoghe, negozi e case della comunità ebraica.

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Otto Bauer

er scampare alle persecuzioni, molti ebrei viennesi fuggirono dall’Austria. Tra questi anche Otto Bauer: arrivato a Milano con un visto di transito nella speranza di potersi imbarcare da un porto italiano e raggiungere l’America, venne arrestato nel giugno del 1940 e trasferito nel campo di internamento di Urbisaglia dove rimase per tre anni.

Nel campo di Urbisaglia la comunità viennese era piuttosto nutrita: dei 34 internati tedeschi e tedeschi ex-austriaci, dieci erano nati a Vienna e molti altri vi risiedevano. A dispetto delle circostanze, gli internati godevano di molte libertà, nuotavano nella fontana del parco di Villa Bandini e tenevano lezioni per cercare di passare il tempo.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, i prigionieri del campo fuggirono da Villa Bandini ma, evidentemente in mancanza di alternative, dopo dieci giorni molti fecero ritorno. Dei 31 internati viennesi, 14 furono deportati nei campi di sterminio e di essi uno solo sopravvisse, il dottor Paul Pollak.

Impegnata a ricostruire le vicende degli internati di Urbisaglia, Giovanna Salvucci ha intrapreso una ricerca approfondita sulle sorti di Otto Bauer dopo la prigionia perché dai registri dello Yad Vashem, l’Ente nazionale israeliano che si occupa della commemorazione e dello studio della Shoah, risultava che la famiglia non conoscesse ancora il suo destino e ne denunciava la deportazione ad Auschwitz. Ha quindi scoperto, grazie ai documenti conservati nell’Archivio di Urbisaglia, che Bauer risultava evaso la settimana successiva all’armistizio dell’8 settembre 1943, ma a differenza di molti altri, non fece ritorno al campo: trovò l’aiuto di una famiglia di Mogliano che lo ospitò e lo nascose fino al luglio 1944. Dopo questa tappa, Salvucci lo ha ritrovato nel Displaced Persons Camp n. 34 di Santa Maria al Bagno (Lecce) dove, nel 1945, sposò Linger Zdenka, una cittadina jugoslava.

Salvucci si è subito adoperata per informare Randy Schoenberg, nipote di Otto Bauer, degli ultimi sviluppi della sua ricerca.

«È stato molto emozionante scrivere a Randy Schoenberg per annunciargli che Otto Bauer, cugino di suo nonno, non era stato deportato ad Auschwitz e non aveva subito le atroci sofferenze inferte a moltissimi altri ebrei, tra cui molti suoi compagni di prigionia che, a differenza di Otto, hanno trovato solo porte chiuse dopo la fuga dal campo di internamento. È stato anche emozionante scoprire che Randy, persona gentilissima, nipote del compositore Arnold Schoenberg, è il famoso avvocato di Los Angeles specializzato in casi legali relativi al recupero di opere d’arte saccheggiate dal regime nazista la cui vicenda è narrata nel film Woman in Gold di Simon Curtis del 2015. Allo stato attuale della ricerca non conosciamo la data della morte di Otto Bauer e il nome della famiglia che gli fornì un rifugio sicuro a Mogliano. Della sua permanenza nel campo di Urbisaglia però ci è rimasta un’opera in versi, scritta in lingua tedesca, che narra le gesta di Isidor Jakubowski, un altro internato di Urbisaglia. Il libro, stampato in un’unica copia con la macchina da scrivere di Renzo Bonfiglioli e illustrato con cinque tavole acquarellate di Bruno Pincherle, è conservato presso il Museo Ebraico di Vienna. C’è il progetto di farne una traduzione italiana in collaborazione con Maria Scialdone, professoressa di Letteratura Tedesca presso l’Università di Macerata.»

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