Di Diego Andreatta (*)

A leggerla tutta d’un fiato, l’esortazione postsinodale “Querida Amazonia” ha il profumo delle mangrovie di Manaus e il puzzo delle foreste bruciate. T’avvolge nella corrente impetuosa del Rio delle Amazzoni e t’immerge nel fango in cui han pestato i nostri missionari. Ma non è una poesia, anche se cita tante immagini di autori popolari latinoamericani, ci mette in guardia da una falsa “mistica amazzonia”; ci spinge a riflettere, a indignarci e insieme a saper contemplare. In questi 122 paragrafi c’è il ritmo del Papa argentino e la sapienza paziente del pastore universale.
E’ una “lettera d’amore” dagli accenti non solo continentali (anche se querida è aggettivo molto tipico, da noi finora noto solo per la canzone su Che Guevara). Un testo intriso di realismo, quando chiama per nome “ingiustizie e crimini” ai danni dell’Amazzonia e nello stesso tempo è illuminato dal sogno possibile. Anzi di ben quattro sogni, corrispondenti alle altrettante letture (sociale, culturale, ecologico ecclesiale) con cui fin dall’omelia romana il Papa aveva invitato a considerare il documento conclusivo dei Padri sinodali.
Pure per quest’ esortazione apostolica, la destinazione è ampia. Anche “tutti gli uomini di buona volontà” sono invitati a leggere il testo integralmente. La fiducia è quella che tutta la Chiesa si lasci ispirare, arricchire e interpellare da questo lavoro sinodale
In questo senso, sgomberando definitivamente il campo dalle critiche di chi ritiene riduttivo e inapplicabile il “modello Amazzonia” a livello universale, Francesco riconosce che la chiave rimane quella di un’inculturazione del Vangelo nei vari contesti (anche negli aspetti liturgici) ma invita ai credenti “a guardare all’Amazzonia come ad un luogo teologico, uno spazio dove Dio stesso si manifesta e chiama i suoi figli”. Per questo può essere contemplata, amata e difesa, non solo utilizzata.
Convinto che alla santità si arrivi “ciascuno a modo suo”, il Papa arriva a dire con una delle sue folgoranti immagini che “ciò vale anche per i popoli, dove la grazia si incarna e brilla con tratti distintivi. Immaginiamo una santità dai lineamente amazzonici, chiamata a interpellare la Chiesa universale”.
Quanto può essere utile anche per la nostra Chiesa,. Per quella italiana e quella trentina, questa “interpellanza”!
La ritroviamo nell’intenso capitolo sulla ministerialità – una dimensione forse un po’ dimenticata nella nostra pratica ecclesiale dell’ultimo decennio – in cui si parte dalle esigenze del Vangelo e delle comunità per arrivare a sottolineare alcuni ritardi e alcuni possibili traguardi, come “lo sviluppo di una cultura ecclesiale propria, marcatamente laicale”.
L’interpellanza si fa altrettanto urgente nei capoversi su “forza e dono delle donne” (pure vi ritornano accenti di Amoris Laetitia), dove oltre all’apprezzamento (“Senza le donne la Chiesa crolla”) si afferma con decisione che alcuni servizi ecclesiali nuovi affidati alle donne “comportano una stabilità, un riconoscimento pubblico e il mandato da parte del Vescovo”.
E ancora il Papa risponde indirettamente a tante situazioni di conflittualità che frenano le comunità ecclesiali indicando “una via d’uscita per traboccamento” che consente attraverso il dialogo sincero di approdare ad una sintesi più grande, “dono che Dio ci sta offrendo”.
Ci sarà tempo anche nella prossima Quaresima per riprendere i singoli capitoli – aggiornati e severi quelli sui danni della globalizzazione che diventa nuovo colonialismo (un‘appendice regionale della Laudato Sì’) – e per ora merita soffermarsi sulla preghiera finale indirizzata alla Madre della vita, che sa parlare ancora ai suoi figli amazzonici e non solo.

 

(*) direttore “Vita Trentina”

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