A volte incrocio Marije di mattina, lungo il vialetto condominiale, mentre esco di casa per andare al lavoro. Fazzoletto in testa, due maglioni indossati uno sopra l’altro: le maniche verdi del girocollo rimboccate sopra quelle di un cardigan marrone. I pantaloni della tuta, più larghi del necessario, sono pieni di pelucchi. Sulle scarpe spiccano due lacci giallo limone. Appena mi avvicino si ferma, appoggiandosi alla scopa. Mi fissa con uno sguardo interrogativo, fiero come il “buongiorno” pronunciato con accento slavo.

Forse riconosce in me un rappresentante di quella che il sociologo Luca Ricolfi ha definito, nel suo recente saggio, una “società signorile di massa”. Una condizione esclusivamente italiana, caratterizzata dalla concomitanza di tre aspetti contrastanti: un tessuto sociale in cui il numero totale di coloro che non lavorano (studenti, disoccupati, pensionati) è superiore al numero dei lavoratori; gli effetti negativi della stagnazione economica seguita alle recessioni degli ultimi anni; l’accesso di massa a consumi opulenti che continua ad essere garantito alla maggioranza dei cittadini italiani.

Un saggio, quello di Ricolfi, ricco di statistiche e di interpretazioni, alcune delle quali forse discutibili. Ha in ogni caso il merito di spazzare via molti luoghi comuni. Come quello in base al quale le panchine delle nostre città sarebbero affollate da immigrati perditempo dotati di smartphone di ultima generazione. La realtà, dati alla mano, è tutt’altra: in Italia sono presenti circa cinque milioni di stranieri. La maggior parte lavora, ma l’incidenza della povertà tra di essi supera di oltre cinque volte quella riscontrata tra i cittadini italiani. Detta in altre parole: lavorano di più rispetto agli italiani ma restano poveri. Rappresentano la parte preponderante di quella che Ricolfi non ha paura di definire una “infrastruttura paraschiavistica”: quasi tre milioni e mezzo di persone collocate in ruoli servili di fragilità e subordinazione estrema, al limite della sottomissione. Il tutto aggravato dall’impossibilità di esercitare il diritto di voto.

L’elenco stilato è impietoso: include lavoratori stagionali, costretti a vivere in ghetti sovraffollati; braccianti, lavoratori irregolari in edilizia, addetti alla consegna di mobili e beni pesanti; lavoratori occupati nella “gig economy” e nelle cooperative di servizi di pulizie alle imprese, fino a comprendere prostitute e spacciatori. E soprattutto quasi due milioni di colf e badanti: persone, per definizione, “al servizio” di altre. Questo eterogeneo blocco sociale, ci piaccia o no, rappresenta uno dei pilastri di cui si serve la “società signorile di massa” per mantenere il suo livello di benessere, insieme all’altro pilastro rappresentato dalla ricchezza accumulata dalle famiglie nel periodo che va dal dopoguerra all’inizio degli anni ‘90. Eppure la presenza degli stranieri continua a generare diffidenza. Il fatto che l’Italia si trovi in una situazione economica di non crescita, in cui il guadagno del vicino sembra avvenire a discapito del proprio, non aiuta a generare un clima di rispetto e di apertura.

Ma a questo clima non mi arrendo. La prossima volta che incontrerò Marije le chiederò se vuole entrare in casa a prendere un caffè. Un modo come un altro per ringraziarla di un lavoro ingrato, e cercare di comprendere l’interrogativo segreto del suo sguardo levantino.

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