Scendevo in fretta le scale. Si era fatto tardi e mi aspettavano, ma non potevo togliermi dalla mente le notizie appena ascoltate sul coronavirus, COVID-19, per la precisione.

La Cina nella sua immensità e nella sua potenza era diventata improvvisamente un paese fragile sotto il peso di un’epidemia di cui non si sapeva nulla. Ma non solo la Cina; a causa della globalizzazione, in pochi giorni tutto il mondo era diventato debole e l’Italia aveva “guadagnato” il suo bel posto nel numero dei contagi.

Nell’era planetaria niente si può isolare, i muri non sono sufficienti a contenere quello che l’uomo in questi ultimi tempi ha voluto arginare: le emigrazioni, le guerre, gli esodi di massa, le fughe disperate verso luoghi migliori. Le frontiere sembrano cadere come castelli di carta. La sicurezza che tutto si può conoscere, si può dominare, si può comprare e possedere è scemata di fronte a un virus, un microrganismo, misurabile in nanometri, unità di misura di lunghezza eccezionalmente microscopica.

Ho percorso la strada principale affollata di gente, apparentemente tranquilla, in cerca di saldi, seduta ai bar, o passeggiando con gli immancabili cani “vestiti” anche loro con i “cappottini” colorati o altri strani abbigliamenti.

Alcune signore, sfoggiando i loro abiti alla moda, sempre rigorosamente coordinati con scarpe e borse, si soffermavano formando crocicchi, a volte impedendo il passaggio.

Per un attimo ho immaginato questo infinitesimale corpo estraneo – il virus, appunto – che senza il permesso di nessuno entra nel nostro fisico e lo devasta fino a provocarne in alcuni casi la morte. L’idea di fragilità allora mi ha pervaso e mi ha fatto osservare tutto in questa ottica.

Non aveva raggiunto l’umanità mete irraggiungibili? Non ha scalato vette, solcato mari, scrutato i cieli, passeggiato sulla luna? Costruendo la bomba atomica, non aveva distrutto centinaia di migliaia di persone? Tutto otteneva con il denaro, con il potere, la conoscenza. Mi sembrava così assurdo che un microrganismo invisibile fosse in grado di attaccare la sua potenza. Allungavo il passo; la via della città brulicante di gente faceva da eco ai miei pensieri. In pochi giorni la sicurezza del genere umano era in grave pericolo. Tutti potevamo essere preda di questa malattia completamente sconosciuta. Certo molte altre malattie sono sconosciute, ma questa si trasmetteva con una velocità straordinaria. Sembrava che imitasse l’andamento di una società che ha fretta e non riesce a fermarsi.

Numeri di infettati che aumentavano e intere aree abitate che venivano isolate.

Ho pensato di nuovo a quanto l’uomo in fondo sia in mano non a forze oscure ma alla sua stessa umanità, che può diventare allo stesso tempo potenza ed estrema debolezza.

Non si può certo speculare sulle catastrofi umane, ricorrendo a un Dio tappabuchi, ma si può riflettere su quello che accade intorno a noi, diventare coscienti di chi siamo, di quali mete ci prefiggiamo, di quali strade scegliamo per raggiungerle. Ognuno è libero di leggere gli avvenimenti alla luce della propria esperienza, della propria fede e della propria intelligenza.

Noi che ci dichiariamo cattolici siamo chiamati in questo momento a riflettere su una Quaresima che va oltre i canoni liturgici, le usanze acquisite nel tempo, i segni esteriori. Questo Tempo Forte è diventato per gli eventi esterni un periodo veramente di riflessione sul senso della vita e soprattutto della morte. Nessuno di noi può scappare da questo obbligo e questa esigenza, lo impongono le cifre che inesorabilmente ci vengono comunicate ogni giorno dalla Protezione Civile.

L’unica certezza in questo momento così tragicamente incerto, è che lasciarsi prendere dal panico non è la soluzione, ma pensare e ragionare sugli avvenimenti e sul panorama che si viene disegnando intorno a noi è dovere di quanti non vogliono essere portati alla deriva, trascinati per sentieri impervi.

In questi giorni mi sono soffermata un po’ di più ad ascoltare i mezzi di comunicazione. Ho apprezzato la prudenza di uno Stato che ha preso misure drastiche di prevenzione, e allo stesso tempo ho ritenuto inutili, dannose e di pessimo gusto le polemiche, le critiche che non aiutano nessuno e tanto meno un Paese sull’orlo del collasso sanitario ed economico. Ho letto molti articoli e mi ha colpito come nell’annunciare i decessi di alcune persone “in età avanzata e con patologie pregresse”, si voglia quasi sfatare la pericolosità del virus.

Di questa impressione che credevo fosse del tutto personale ho trovato conferma in un articolo che ho particolarmente apprezzato di Matteo Collura, pubblicato dal Messaggero, in data 28 febbraio. Ne riporto alcune parti che ritengo significative e che danno il polso di un aspetto dell’attuale società: quello “dello scarto”.

Questo stramaledetto virus, come ogni altro malanno trasmettibile da uomo a uomo, sta tirando fuori il meglio di noi (volontà di rendersi utili, di fare qualcosa per gli altri, oltre che per sé stessi) ma anche il peggio. Ed è giusto rendersene conto. Come definire, infatti, l’atteggiamento nei confronti degli anziani?

Quell’alzata di spalle generalizzata, quel gesto che vuol dire “era nel conto”, quando a morire di contagio in questi giorni sono i vecchi? Vecchi che i gerontologi lo hanno chiarito di recente sono al massimo da considerare anziani con non poca vita davanti a loro? È giusto preoccuparsi dei giovani e dei bambini, ma non si può accettare in una società che si dice civile, questa rassegnazione, che sconfina nel cinico disinteresse, per gli anziani. O peggio, questo considerarli già mezzi morti e perciò una categoria che fa bene a fare un po’ di posto ai nuovi arrivati sulla terra.

E poi questo si pensa, mi dispiace dirlo, ma va detto perché spendere soldi e tenere occupati posti preziosi negli ospedali per esseri umani avviati al tramonto? Mi hanno portato a riflettere su questo i ragionamenti ascoltati in questi giorni, gli articoli che ho letto sui giornali, i dibattiti che ho seguito in tv. Certo, con i miei settantaquattro anni, sono parte in causa, e perciò partigiano. Ma tutto posso pensare riguardo me stesso tranne che considerarmi vicino al capolinea….

Quando muore una persona, si dice giustamente che sparisce una parte del mondo. È giusto aggiungere che quando muore un anziano o una anziana, va perduta un’intera biblioteca, piena di storie, di insegnamenti, di spunti, e di preziosi insegnamenti. Il distillato di una vita. Riprendendo un verso del poeta religioso John Donne, Ernest Hemingway intitolò un suo celebre romanzo ‘Per chi suona la campana’. Titolo con il quale volle esaltare un concetto che oggi, in questo andare a tentoni nel dramma del coronavirus, dovrebbe essere all’attenzione di tutti: “Non chiederti mai per chi suoni la campana. Essa suona anche per te”.

Perdere la dimensione che il dramma alla fine è una disgrazia altrui, o solo di alcuni “vecchi” è non credere che tutti siamo vulnerabili, fragili e esposti a quel tocco di campana che segnerà per ognuno la fine di un viaggio, lungo o corto che sia.

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