Nonostante i tempi bui che stiamo vivendo per l’epidemia di Coronavirus, in questo mese di marzo è incoraggiante (aspettando tempi migliori) ricordare il ruolo delle donne nella nostra società, il loro “genio femminile”. Lo facciamo ancora raccontando la storia di Emma.

La incontrai alcuni anni fa, quando Sara, sua sorella, mi invitò a pranzo da lei. “È una persona semplice e ospitale”, mi disse “vive in una casa di campagna che insieme a suo marito, ha ristrutturato con tanta passione”.

Ricordo ancora lo stupore nel vedere un edificio, dove sicuramente decenni prima era vissuta una famiglia molto numerosa, rimasto intatto nel suo disegno originario. Come si fa con una pietra preziosa, i nuovi proprietari erano riusciti a togliere tutte le scorie e a far risplendere un diamante di inestimabile bellezza. Niente dell’originario casale era stato abbattuto: il passato rifioriva. Nell’entrarvi si poteva ancora immaginare di udire le voci di tante persone che tra quelle pareti avevano vissuto, pianto, gioito e sofferto.

Un lavoro certosino quello di Emma e del marito che denotava un gusto non comune e allo stesso tempo il rispetto del paesaggio, dell’ambiente, della storia – direi: tutto era armonia, perfino quella siepe fatta di rosmarino i cui fiori emanavano un profumo delicato e davano una nota di colore anche d’inverno.

Con Sara percorsi una grande scala di legno che arrivava alla soffitta, anch’essa abitabile. Lassù mi sembrava di essere ritornata bambina quando mi divertivo a guardare dall’alto della mia casa il panorama immenso che mi si offriva alla vista. Poi ancora giù, nelle stanze inferiori, dai mobili colmi di colore perché Emma con infinita pazienza li aveva decorati con immagini floreali: rose, gigli… Tutto era allegria.

Fu una visita piacevole e scoprii che Emma, nonostante la solitudine che l’aveva colta dopo la scomparsa del marito, riempiva la sua vita di interessi: letture, pittura, giardinaggio e anche tanta buona cucina che quel primo giorno ebbi l’opportunità di apprezzare.

Ma Emma non era solo questo. Lo capii in seguito frequentandola, attraverso i lunghi e piacevoli dialoghi che spaziavano e che non lasciavano quel senso di vuoto come le tante chiacchiere che spesso siamo soliti fare e che non vanno al di là del tempo atmosferico, del freddo insopportabile, del caldo torrido, fino ai nostri malanni o guai della vita. Il dialogare con lei diventava “…un’accoglienza cordiale e non una condanna preventiva…” perché “Per dialogare bisogna sapere abbassare le difese, aprire le porte di casa e offrire calore umano” (Cfr. Papa Francesco, Misericordiae vultus,)

Emma sapeva ascoltare e allo stesso tempo era anche un’attenta scrutatrice dei “segni dei tempi”, senza tralasciare una visione ben chiara del passato e del futuro che si prospetta a volte oscuro e imprecisato.

L’esperienza di insegnante le aveva dato il dono di spronare gli altri a dare il meglio di sé, di non accentrare ma di delegare i compiti, di saper accettare anche le idee differenti che arricchiscono, invece di perdersi in inutili battibecchi.

Mi faceva pensare a quelle persone che si dedicano a un compito, qualsiasi esso sia, si tratti di una crostata come di una lettura, con tutta l’energia e la passione. Per questo credo non si annoi mai nella sua casa dove aspetta i figli, i nipoti, gli amici.

Durante una di queste visite che quasi erano diventate una piacevole abitudine, tirò fuori dai suoi cassetti come da uno scrigno due libri di cui è stata autrice. Così scoprii un altro suo lato nascosto.

Il cancello della sua casa disegnato aperto sulla copertina di uno di questi era un segno evidente che non aveva concepito tutto quel lavoro certosino solo per sé ma per accogliere, per irradiare il profumo di una cordiale e rispettosa ospitalità che si propaga.

Apprezzai ancora di più quella dimora che aveva creato non solo per il suo personale benessere ma per accogliere. “Accogliere”: forse era questo il termine che più le si addiceva.

In realtà mi resi conto che tutte le volte che mi aveva invitata mai mi ero annoiata; non solo, e questo è l’aspetto più importante, mi ero sentita accolta non come conoscente ma come membro di una famiglia più grande.

In tempi in cui tutti si rinchiudono nella propria cerchia, dove i muri sono diventati il simbolo di una società isolata e malata di egocentrismo, Emma era una persona controcorrente e aperta al nuovo, senza pregiudizi di sorta.

Quel cancello aperto disegnato sul suo libro non era un caso, ma aveva un significato: invitava ad entrare; oltre c’era chi accoglieva, chi sa che i doni ricevuti sono fatti per essere elargiti a piene mani. Emma e la sua casa, nel suo piccolo, somigliava a quel granellino di senape di evangelica memoria, “… che un uomo prende e semina nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami”.

Le persone che arrivano nella casa di Emma si annidano in quei rami e durante il tempo che vi trascorrono assaporano il tepore di un’ospitalità che rimane nel cuore.

[1] Cfr. “Un marzo di gran vento”, Poesie di donne da Saffo a Sibilla Aleramo, I libri dell’AltriItalia, Avvenimenti, Libera Informazione Editrice, 1993.

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