Tutti nella rete del «capitalismo della sorveglianza»

Perfino in questi tempi contaminati è consentita, il sabato mattina, una corsa solitaria per le strade di campagna vicino casa. Scarpe adatte, giacca leggera, auricolari, e via. Spotify oggi mi propone una nuova playlist: insieme alle canzoni che ascolto da una vita ce ne sono altre che non conosco e che mi conquistano subito. Come il brano cantato da Mina e Fossati: «So che qualcosa sta cambiando, serve più coraggio che prudenza per vivere…». C’è anche una canzone di Andrea Cerrato, giovane cantautore che mio figlio mi ha fatto conoscere qualche giorno fa. Mentre lotto contro il fiatone, non so se a prevalere sia la diffidenza o l’ammirazione nei confronti dell’algoritmo di Spotify: osservatore attento delle mie preferenze; esploratore instancabile della Rete, battuta palmo a palmo pur di venire incontro ai miei gusti.

In uno studio pubblicato di recente, la scrittrice statunitense Shosana Zuboff afferma che siamo entrati in un’epoca caratterizzata da un sistema di controllo senza precedenti, reso possibile dalle nuove tecnologie dell’informazione. Numerosi servizi digitali gratuiti sono entrati a far parte della nostra vita al punto da essere oramai considerati indispensabili. Ci hanno sedotto, promettendo paradisi su misura: in realtà, sono stati utilizzati da alcuni colossi del mondo economico per piegarci ai loro interessi. La studiosa chiama questo sistema, che rischia di trasformare il sogno democratico della rete in un incubo dal quale siamo spronati a liberarci, “capitalismo della sorveglianza” (questo è anche il titolo del suo libro). E siccome lo studio per la creazione di un vaccino inizia dalla comprensione della malattia da sconfiggere – usa proprio questa metafora, di stretta attualità – gran parte del libro è dedicato a cercare di comprendere le caratteristiche di questo fenomeno.

La tesi su cui fonda la sua indagine è questa: la nostra interazione con i servizi offerti dalla rete viene continuamente trasformata in dati, e utilizzata per migliorare i prodotti digitali. Alcuni dei dati raccolti, tuttavia, vengono trasformati in quelli che l’autrice chiama “prodotti predittivi”, algoritmi in grado di anticipare i nostri comportamenti futuri e di generare indagini di mercato che molte aziende, come è facile immaginare, sono interessate ad acquisire. Ma non è questa la parte peggiore della storia: in realtà i processi automatizzati non solo conoscono i nostri comportamenti, ma tendono a manipolarli. Siamo in presenza – è l’opinione dell’autrice – di una ideologia strumentalizzante che conosce e indirizza i comportamenti umani verso nuovi fini.

Detta in altre parole, siamo analizzati, sfruttati e modificati. L’approdo finale di questo scenario è un sistema sociale in cui i valori democratici sono sostituiti da una omologazione di gruppo sostenuta dal calcolo computazionale. Raccontata così potrebbe sembrare una preoccupazione eccessiva, ma se pensiamo alla simbiosi che si è sviluppata tra i nostri figli e i loro smartphone, il nostro giudizio potrebbe cambiare. I giovani – precisa la Zuboff – sperimentano nella loro pelle queste dinamiche distruttive. Che fine ha fatto il diritto a custodire quello spazio, intimo e inviolabile, che una volta si chiamava coscienza? Perfino le nostre case, luoghi che dovremmo considerare un rifugio sicuro, sono diventate terra di conquista: il microfono di Google Home o di Alexa, pronto ad intercettare ogni nostro comando, resta sempre acceso…

A proposito di casa, la corsa è giunta al termine. Sto per entrare nel viale condominiale. Forse per via delle endorfine entrate in circolazione, o per le parole di Mina che ancora mi risuonano dentro, sento una gran voglia di lottare affinché il nostro futuro digitale resti a misura d’uomo. Però l’algoritmo di Spotify, devo riconoscerlo, oggi è stato proprio bravo.

Si rischia un sistema sociale in cui i valori democratici sono sostituiti da una omologazione di gruppo sostenuta da algoritmi. Che fine fa il diritto a custodire la coscienza?

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