In ricordo di don Salvatore Paparoni, prete innamorato dei giovani

di don Rino Ramaccioni

Ho conosciuto don Salvatore Paparoni fin dagli anni del Seminario. È stato consacrato prete il giorno dei Santi Pietro e Paolo a San Nicola di Tolentino.

Qui aveva fatto i suoi studi di Teologia insieme ai teologi Agostiniani, svolgendo anche il compito di Assistente dei seminaristi del Seminario minore.

Vice–parroco nella cattedrale San Catervo di Tolentino, insegnante di religione al Liceo classico sempre di Tolentino, assistente per molti anni dell’Azione Cattolica, girerà molte parrocchie. La salute non lo assisteva molto, ma era un uomo appassionato di cultura, di storia, di patristica. Studiava molto e seguiva con interesse d’amore (anche critico) i dibattiti durante e dopo il Concilio).

Io sono stato assieme a lui tantissimi anni, da suo vice–parroco e poi da parroco e da semplice amico e compagno di abitazione: mi colpiva la sua preghiera, la sua umanità la voglia di ascoltare, di leggere, di aggiornarsi, di studiare (fino alla fine): preparava (scritte) anche le omelie dei giorni feriali.

Amava tantissimo i giovani. Monsignor Filippo Franceschi, allora assistente nazionale dei giovani di Azione cattolica, mi confidò che aveva chiesto per due volte a don Salvatore di andare a Roma, ma lui non aveva voluto.

Nel ’68 riuscì a mettere insieme 150 ragazzi e ragazze nella processione del Corpus Domini. Ci fu chi protestò. Il vescovo in un anno gli cambiò tre volte parrocchia. In un paesino, dopo tre mesi, la popolazione era così contenta di don Salvatore che la giunta comunale andò dal vescovo chiedendogli di lasciarlo da loro.

Attratto dalle missioni ma impossibilitato a partire, aveva un compagno missionario in Africa e poi in Brasile: padre Giuliano Sincini. Col desiderio di aiutarlo crebbe in lui la volontà di servire le missioni. I suoi aiuti, donati senza rumore, sono arrivati anche in Africa e in India (qui ho visto una lapide in cui lo si ringrazia per la costruzione di una grande sala–chiesa per i cristiani di un quartiere povero). Io non scordo gli anni in cui, giovane prete, gli facevo da vice– parroco. Appassionato dei giovani, volevo imparare da lui come fare con loro, perché in don Salvatore non vedevo il prete “impiegato” e neppure il “funzionario” religioso. Lo vedevo come un innamorato, un appassionato per ogni giovane. E anche per Gesù. Vedevo come pregava. Quante sere, dopo cena, mi parlava a lungo di come cercava di andare verso tutti i giovani, come faceva scuola: era uno con cui i giovani, a scuola e fuori, potevano parlare liberamente di Dio, di amore, di fidanzamento, di confessione, di amicizie… E per loro d’estate organizzava prima i campi biblici, poi i campi scuola.

In quei colloqui mi insegnava soprattutto come fare da guida spirituale, da “padre” spirituale dei giovani. E mi fece vedere un quadernone dove lui scriveva di volta in volta la data in cui incontrava un ragazzo, o una ragazza. Scriveva il nome e l’argomento trattato. Aggiungeva i consigli dati e anche la data dell’incontro successivo (di solito a distanza di un mese). Gli ultimi anni li ha passati con me, perché la malattia lo limitava. Ma, a Tolentino, a Recanati, o a Macerata, incontrerete qualcuno che lo ha stimato e amato, ascolterete ciò che più di uno, il giorno del funerale, mi ha confidato: «Ho perso un padre; ho perso uno che ascoltavo volentieri nelle prediche e quando andavo a confessarmi». Caro don Salvatore, adesso che le scuse della salute non ce l’hai, prova a far piovere le grazie di Dio su chi ricorre a te, sui poveri delle missioni e su noi preti, perché sappiamo ricopiare un po’ la tua gioiosa e cercata “paternità pastorale”: ora non puoi più come prima, ma puoi ancora più di prima. E mi unisco ai tanti tuoi amici (e “penitenti”) dicendoti solo un grande: grazie!.

Da lassù continua ad amare giovani e sacerdoti!

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