di Alessandro Di Medio

Oggi vogliamo rimanere nell’eco luminosa del Vangelo che ci è stato donato dalla liturgia di ieri, la cosiddetta “domenica di Lazzaro”, in cui Gesù inizia il corpo a corpo con la Nemica sua e di tutto il genere umano, la morte. Desideriamo attingere ancora a qualcuno dei suoi numerosi livelli di profondità, e trarre un po’ di ristoro spirituale mentre continuiamo ad attraversare il deserto della Quaresima duemilaventi.

Tra le tante luci che questo Vangelo iniziatico ci offre, qui senz’altro è data un’importante chiave di lettura per rischiarare e lenire il dolore della perdita dei propri cari – tema purtroppo molto attuale in questi giorni di pandemia, più di quanto ci rassicurerebbe pensare. Pertanto, mentre ci avviciniamo alla Pasqua, che sola potrà dischiudere fino in fondo il mistero della morte e convertirlo, per qualche giorno ci soffermeremo a contemplare come il Dio che si mostra nel suo Figlio fatto uomo risponde alla sfida della morte, del morire, e del lutto.

Il primo punto che ci viene mostrato è il modo in cui Cristo affida al Padre il suo amico morente: “Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: ‘Signore, ecco, colui che tu ami è malato’. All’udire questo, Gesù disse: ‘Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato’. Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava.” (Gv 11, 3-6).

Tu o io ne saremmo stati capaci? Saremmo stati in grado di affidare al Padre una persona amata in pericolo?

Gesù, che sa vedere il fine ultimo di tutte le cose (e vuole insegnarci a fare altrettanto), accetta la tensione dell’impotenza, della distanza, dell’ignoto: affida Lazzaro alle mani del Padre.

E il Padre Lazzaro glielo restituirà.
“Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: ‘Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato’” (Gv 11, 41-42). È il Padre che resuscita Lazzaro; Gesù, come vedremo nei prossimi giorni, gli dà piuttosto la forza di uscire dal sepolcro e di mostrarsi al mondo.
Il Padre ridà a Gesù Lazzaro, come aveva ridato Isacco ad Abramo (cfr. Eb 11, 19: “Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo”). Il Padre ridà a Gesù Lazzaro, perché Gesù glielo aveva affidato, e nessuno può strappare dalle mani del Padre chi gli viene affidato (cfr. Gv 10, 29).

Mettiamo nelle mani di Dio i nostri cari che non ci sono più: il Padre ce li donerà di nuovo.

In che modo Dio ci restituirà le persone che gli abbiamo affidato per sempre?
Facendoci sedere a mensa con loro nel suo Regno.
Il capitolo seguente di Giovanni ci mostra una calda scena familiare, un ritrovo conviviale tra persone che si vogliono bene, e tra costoro c’è anche Lazzaro: “Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui fecero per lui una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali” (Gv 12, 1-2).

A quella mensa familiare e serena dimenticheremo separazioni e lamenti, e gusteremo la gioia di una comunione che non era finita, ma solo temporaneamente velata.

Una gioia semplice e spontanea, come quella dei bei pranzi delle feste in famiglia come solo noi italiani sappiamo viverli (liberati però in quel giorno da ogni traccia di paura e meschinità). Una festa di cui quelle attuali non sono che ombre tenui e allusive.

Se quest’anno ci fosse tolta la possibilità di pranzare a Pasqua con i nostri cari, a causa della quarantena o per motivi più dolorosi e drastici, non cessiamo di ricordare pieni di speranza che niente potrà toglierci la gioia di ritrovare un giorno i nostri affetti nel grande pranzo della Pasqua eterna nel Regno.

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