In questi tempi bui e tragici che l’Italia sta attraversando è ormai diventato uno slogan quello di invitare tutti a stare a casa: Io resto a casa.

Stamattina sulle scale mi sono imbattuta in un uomo che consegnava a domicilio generi alimentari o non so che altro. Il suo viso in gran parte coperto dalla mascherina rivelava due occhi colmi di paura e sospetto.

Non tutti in realtà si possono permettere questo lusso su cui tanto si insiste (‘stare a casa’); infatti infermieri, medici e tante altre categorie di lavoratori per la nostra salute si spostano lungo le strade o nelle corsie degli ospedali e tutti i giorni si pongono il tremendo interrogativo sulla eventuale positività a causa di un virus di cui solo conosciamo il potere mortale. Ci sono poi persone che non hanno un tetto, una stanza, un monolocale (ma questo sarebbe già un lusso) tra le cui pareti, anche se povere, potersi sentire più al sicuro. Succede un po’ come in guerra, con le trincee che, per quanto fragili, resistono e ancora riparano, ma in certe circostanze si dissolvono e allora ci si trova sotto il fuoco nemico.

In India i mezzi di trasporto sono stati presi d’assalto e la gente, dopo la chiusura di tutto, ha cercato di ritornare nelle campagne con la speranza di trovare cibo e di poter stare al riparo. Hanno trovato solo alberi sopra cui appollaiarsi come poveri uccelli feriti. Immagini apocalittiche che ci fanno sentire da un lato privilegiati e dall’altro ci interrogano sul futuro di un’umanità dal comune destino ma che continua a presentare disuguaglianze abissali con cui confrontarci ogni giorno, noi che ci lamentiamo perché la nostra casa non ha il giardino, perché le temperature sono ancora invernali, perché si fa la fila per avere i servizi essenziali, perché…

A volte mi domando se il Signore ci renderà conto anche di questo scandalo, se ci chiederà perché non abbiamo gridato di fronte a queste situazioni, come facevano i profeti che richiamavano in maniera potente alla giustizia, alla difesa del povero.

In realtà non facciamo mai abbastanza; soprattutto in questi tempi di pandemia che ci ha colti tutti impreparati paurosi e fragili, ci sarà sempre una persona che non avrà di che vivere e che con lo sguardo inorridito aspetterà la morte appollaiata su un albero o al bordo della strada.

Già, ai bordi della strada. In Italia il problema dei senza tetto è stato sollevato da vari mezzi di comunicazione.

“Sono circa 50 mila in tutta Italia, un terzo solo a Roma. Vivono in stazioni, sottopassaggi della metro o al riparo dei portici delle città storiche. Per loro non c’è casa dove stare al riparo dal contagio e neanche medico curante al quale rivolgersi per una diagnosi o una cura. L’assistenza sanitaria di base è legata alla residenza. Le denunce li emarginano ancora di più. ‘Si sono spostati dal centro verso le periferie per sfuggire alle multe – è l’allarme lanciato dalla Croce Rossa -. Facciamo più fatica del solito a rintracciarli e a spiegare loro che cosa sta succedendo. E questo significa per loro anche meno cibo e meno assistenza’” (TISCALI newsnews).

“Io la casa non c’è l’ho” … Perché tutti diamo per scontato che ci sia una casa in cui poter vivere, invece per loro che cosa c’è? Il cielo come tetto. …L’immagine della piazza del colonnato di San Pietro, dove ci sono i piccioni e i senzacasa ci dimostra quanto sia reale il problema. (Cfr. https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2020-03/coronavirus-medicina-solidale-troppi-senzatetto-fragili.html).

Quando mi confido con una mia amica e le esprimo tutto questo, lei sempre mi risponde che noi possiamo agire solo nel nostro piccolo, che non siamo certo chiamati a risolvere i problemi del mondo intero. Ma se nel nostro ambito diventiamo responsabili, cambiamo i nostri stili di vita e soprattutto impariamo a non lamentarci perché dobbiamo osservare una quarantena tra le quattro mura di casa, credo che già camminiamo sulla buona strada.

Molti parlano di libertà limitate, di grandi sforzi richiesti a noi italiani, di grandi sacrifici. Credo che il vero problema è per chi non riesce ad arrivare a mangiare fino a fine mese, ma credo anche che esigere di mantenere ancora tutti i privilegi di cui un tempo godevamo sia non solo una chimera ma una forma di cieco egoismo di fronte ad una umanità toccata dalla forza assassina di un virus che come sempre ricade in primis sui più deboli, i più esposti, i più disagiati.

Scriveva il poeta don Tonino Bello che la parrocchia, e dunque la Chiesa, doveva essere “senza pareti, che accoglie tutti, che non chiede la tessera a nessuno, che non chiede il distintivo del club e non chiede la carta d’identità, dove tutti vanno a trovare ristoro e tranquillità e la possibilità di rapportarsi con Dio. Una Chiesa senza pareti e senza tetto, una Chiesa cioè che sa guardare più in alto del soffitto» (Don Tonino Bello, Missione, EMP, 2006, 11-13).

Una Chiesa dunque che sempre di più diventa simile a Colui che scelse come prima dimora una grotta e come prima culla una mangiatoia… Forse non ci abbiamo mai pensato: anche Lui nacque da senza tetto ed era Figlio di Dio.

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