di Alessandro Di Medio

La storia di Lazzaro, e del Dio-uomo che è sceso nella fossa per salvarlo, ci accompagna alle soglie della Grande Settimana, in cui vedremo che Gesù non si limita a salvare il suo amico, ma andrà ancora più giù, fino agli inferi stessi, e da lì poi tirerà fuori tutti risorgendo.

Volge al termine anche il tratto di cammino che abbiamo percorso insieme in questi giorni tanto strani della Quaresima duemilaventi, la Quaresima del coronavirus.
Negli ultimi tre contributi che avrò il piacere di condividere con voi prima di congedarmi, vorrei mettere nero su bianco alcune delle domande che questa crisi solleva, spero non solo in me: in fondo, in questi giorni abbiamo tutti molto più tempo per pensare, no?
Non pretendo di essere esaustivo, né particolarmente originale: sono semplicemente alcune domande che un povero parroco di un quartiere popolare vuole condividere con chi ha avuto la pazienza di seguirlo fin qui, domande che interpellano varie realtà che nella nostra vita si compenetrano.

Oggi in particolare vorrei esprimere alcuni degli interrogativi che la pandemia del coronavirus solleva circa la società civile, quella del nostro Paese e dell’Europa intera – e la prima è proprio sull’Europa.

In cosa consiste l’Europa unita?

Questa crisi sembra avere messo in ginocchio il mondo intero nel giro di due mesi, e ha svelato una sostanziale mancanza di empatia tra le nazioni, o almeno tra i loro capi. Come su una nave vittima di un virulento incendio, ogni capo di stato ha gridato “Si salvi chi può!”, abbandonando qualunque pretesa di collaborazione.
Forse sarebbe il caso di rispolverare un tema all’epoca tanto caro al Papa emerito, e chiedersi in cosa consista davvero un’Europa disossata delle sue radici cristiane, perché sembra che, almeno a livello di umanità e comunione, ne rimanga ben poco.

La recessione economica a cui andiamo incontro sarà davvero solo un male?

Chi ritiene che, passata la pandemia, si tornerà più o meno come prima non può non strapparci un sorriso di compassione. In realtà la vera crisi sta per iniziare, e ovviamente sarà quella economica. Ma in tutto ciò dobbiamo chiederci se questo non potrebbe portare a un’inevitabile scelta di abbassare il costo della vita, di optare per una forse rassegnata ma salutare devolution a livello planetario (almeno nazionale!). C’è la speranza che la gente si stia abituando ad accontentarsi di qualcosa in meno, che abbia assaporato una maggiore sobrietà; tanti negozianti, mossi dalla solidarietà, stanno facendo a gara nel supporto gratuito con i beni di primaria necessità. Chissà cosa potrà nascere da tutto questo, se avremo un po’ di coraggio.

La libertà civicamente intesa può corrispondere all’arbitrio individuale?

Capisco la difficoltà di tanti esponenti delle Forze dell’ordine, nel dover arginare gli immaturi e i furbetti che in questo periodo si stanno comportando da veri untori menefreghisti: in un regime totalitario come la Cina uno che non rispetta le regole lo fucili, qui la situazione è un po’ più complessa – per fortuna. Cionondimeno, filmati girati per ogni dove nei social mostrano che non pochi sia tra i giovani che tra i vecchi sembrano avere quasi completamente perso la cognizione del rispetto verso le regole per tutelare il bene comune, e verso chi queste regole prova a farle rispettare. Carabinieri insultati e vigili aggrediti solo perché stanno provando a proteggere noi da noi stessi non possono non interrogarci sulle effettive possibilità che queste persone coraggiose e malpagate hanno di compiere efficacemente il loro lavoro. Un buonismo svirilito e irenista diventa troppo facilmente l’humus dell’arbitrio dei violenti e dei furbi.

La scuola funziona?

La pandemia fa saltare la routine, e salta la scuola. Il caos più totale. C’è una minoranza di insegnanti composta da veri professionisti della cultura e della didattica, al passo con mezzi e metodi di comunicazione, capaci di trasmettere vita e contenuti anche in situazioni critiche come questa: un esempio tra tutti, lo straordinario Alessandro D’Avenia, che da quando siamo in quarantena tiene ogni giorno un corso tramite i social per i suoi studenti e non solo, oltre che essere uno scrittore di fama internazionale. C’è poi, dall’altro lato, una marea innumerevole di poveri professori semplicemente fuori fase, fuori tempo… forse fuori dalla propria vera vocazione: incapaci di contattare davvero gli altri in una videoconferenza, arretrati circa l’uso della tecnologia, affaticati fino all’apatia dalla burocrazia meta-scolastica. Per non parlare delle strumentazioni obsolete, dei programmi informatici farraginosi e astrusi, del perenne mancato dialogo tra istituzione e famiglie – e per pietà tralascio di sollevare la questione circa i contenuti, evidentemente non correlati al senso della vita e delle scelte che un giovane in crescita è chiamato a compiere.
Almeno a livello scolastico, il covid ha gridato che il re è nudo.

Le persone sono formate al bene comune?

Questa domanda si ricollega alle due precedenti, ma vuole essere più specifica. Chi si sta prendendo la briga di insegnare alle nuove generazioni cosa sia il bene comune, e come vada tutelato da tutti e da ciascuno? La scuola sicuramente no, anche perché se pure esistesse ancora la materia “educazione civica”, l’attuale metodo scolastico la ridurrebbe senz’altro (come fa con tutto il resto) a dati mnemonici e noiose questioni storico-giuridiche.
La famiglia? E chi verifica che questa formazione nella famiglia, che è la cellula primaria dello Stato, avvenga davvero, se non le si forniscono i mezzi?
Ma poi siamo sicuri che ci si intenda su cosa sia il bene comune? Quali sono le situazioni o i punti di riferimento su cui può convergere la cura dei singoli e dell’insieme, vedendo in essi l’oggetto specifico del bene comune? L’attuale classe politica, al di là degli schieramenti, dà ai cittadini esempio specchiato di perseguire anzitutto e in ogni caso il bene comune?

Domande sparse senza pretesa di sistematicità, ispirate dalla speranza che nella crisi potremo riscoprire una condivisa responsabilità per la vita e il benessere di tutti.

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