di Ambrogio Spreafico (*)

Ho avuto modo di vedere il quadro di Giovanni Gasparro sulla vicenda di Simonino di Trento. Sarebbe superfluo affermare che il dipinto è la triste dimostrazione di quanto la mente umana rincorra vecchi stereotipi. Essi vanno ad alimentare atteggiamenti antisemiti che stanno crescendo in questo tempo difficile, in cui si devono inventare nemici e “untori” dall’esterno. A chi altri, infatti, si possono addossare le colpe di situazioni che non sappiamo spiegarci né debellare? Il Museo Diocesano Tridentino ha recentemente allestito una mostra che ha di nuovo spiegato come la vicenda che ha portato ad incolpare di omicidio rituale di Simone, bambino di 28 mesi, la piccola comunità ebraica di Trento nel 1475, sia del tutto falsa. Eppure,

le conseguenze di questa orribile antesignana delle fake news furono drammatiche e reali.

La prima fu lo sterminio di quel piccolo e inerme nucleo di innocenti della comunità. La seconda fu l’inserimento nel martirologio romano di Simonino di Trento da parte di Sisto V nel 1584, che appunto ne riconobbe il culto. La sua venerazione si diffuse nello spazio e nel tempo. La Chiesa Cattolica finalmente, dopo secoli, ha dichiarato ufficialmente abrogato il culto di Simonino il 28 novembre 1965, giorno della promulgazione da parte del Concilio Vaticano II della Dichiarazione Nostra aetate sul rapporto con l’ebraismo e le religioni non cristiane. Alla Nostra aetate sono seguiti numerosi documenti ufficiali che hanno contribuito a cambiare radicalmente il rapporto della Chiesa cattolica con l’ebraismo.

Non sarebbe neppure necessario, perciò, dichiarare altro se questi quadri non fossero proposti come espressione della fede cristiana, sebbene di cristiano non abbiano nulla; noi cattolici dovremmo uniformarci al magistero della Chiesa e sopprimere definitivamente questi rigurgiti antisemiti.

A volte ci sono fedeli che preferiscono fabbricarsi verità sganciate dalla Tradizione, di fatto scivolando nell’eresia, mentre i documenti del Vaticano II sono erroneamente percepiti come degli optional, che si è liberi di conoscere e di osservare o meno. Peccato si tratti di enunciati vincolanti, sottoscritti dai Vescovi della Chiesa cattolica e promulgati come tali dal Santo Padre. Si deve constatare, purtroppo, nonostante le numerose dichiarazioni che la Chiesa ha pubblicato in questi anni, nonostante gesti e parole pronunciate da tutti i Pontefici degli ultimi 50 anni, che parte dell’insegnamento della Chiesa sul rapporto unico e singolare dei cristiani con l’ebraismo non è ancora passato nel cuore e nella mente di alcuni, i quali, pur costituendo delle oggettive minoranze, riescono purtroppo ad attirare ancora attenzione. Si deve lavorare ancora molto nella direzione dell’insegnamento della nostra Chiesa degli anni del post-concilio. In qualità di presidente della Commissione dei vescovi italiani per l’ecumenismo e il dialogo mi sto impegnando affinché l’insegnamento conciliare in materia si diffonda.

È urgente che i nostri fedeli riconoscano la presenza preziosa delle comunità ebraiche e dell’ebraismo nelle nostre città e nel mondo.

A tal fine, la Commissione cerca di favorire con ogni mezzo nella catechesi e nell’insegnamento della religione cattolica la conoscenza dell’ebraismo. Solo così, attraverso la sconfitta di ignoranza e pregiudizi, si possono evitare le manifestazioni di antisemitismo, porta aperta verso l’esclusione e il razzismo. Siamo consapevoli che il razzismo è in crescita nelle paure del mondo globale, in questo momento difficile, in cui siamo aggrediti pesantemente da una pandemia che scatena pulsioni istintive di difesa e violenza. Non abbiamo bisogno di aggiungere altro alla sofferenza che già viviamo in questo tempo!

(*) presidente della Commissione episcopale della Conferenza episcopale italiana per l’ecumenismo e il dialogo

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