di Gigliola Alfaro

“Aiutateci ad aiutare i nostri ragazzi”: è uno degli appelli lanciati da Luciano Squillaci, presidente della Fict (Federazione italiana comunità terapeutiche), che ripetutamente sta chiedendo attenzione per queste realtà, che si trovano a vivere grandi difficoltà nell’emergenza legata al Covid-19. Squillaci chiede tamponi per operatori e ragazzi che chiedono di entrare in comunità, come pure dispositivi di protezione individuale per chi già ci vive. Abbiamo raccolto la sua testimonianza e quella di chi sta in comunità, dove con la paura crescono anche la consapevolezza del valore della vita e la responsabilità verso gli altri.

“Noi abbiamo due grandi preoccupazioni e quindi altrettante richieste per il Governo, le Regioni e gli enti locali. La prima riguarda l’emergenza:

temiamo che il virus possa entrare all’interno delle nostre comunità e questo sarebbe un dramma.

I ragazzi devono essere tutelati, sono in quarantena obbligata da quasi un mese. Abbiamo perciò la necessità di avere i dispositivi di protezione individuale. Noi stiamo lavorando senza mascherine, senza guanti, il minimo necessario. Chiediamo al Governo, alla Protezione civile, agli enti locali di ricordarsi di noi nella distribuzione dei dpi”, ci spiega Luciano Squillaci. “Chiediamo anche di fare i tamponi agli operatori e, soprattutto, ai ragazzi che chiedono di entrare in comunità. Sono tantissimi, ma non riusciamo a dare una risposta per timore del contagio – prosegue il presidente della Fict -.

C’è poi una preoccupazione per il futuro: che ne sarà di un sistema che già oggi è estremamente fragile e con una debolezza economica strutturale? Noi, assieme ad altre reti, abbiamo già proposto al Governo un documento di emendamento del cosiddetto ‘Decreto Salva Italia’ chiedendo delle misure specifiche per il nostro settore”.

Il Centro Aga (Associazione genitori antidroga) si trova a Bergamo, città, al momento, epicentro dei contagi. Anche in comunità il virus è entrato ed è forte la fatica, come ci racconta il presidente del Centro, Enrico Coppola: “Il nostro territorio è pesantemente coinvolto dalla diffusione del coronavirus. Noi, oltre ai problemi educativi e psicologici, ci troviamo a gestire un’emergenza sanitaria. Abbiamo attuato in comunità le indicazioni dei decreti ministeriali, come il lavaggio delle mani, le distanze, mascherine e guanti, misuriamo la temperatura due o tre volte al giorno, ma ora abbiamo 5 casi sintomatici riferiti al coronavirus su 55 persone ospitate in comunità. Per loro abbiamo individuato degli spazi isolati per la quarantena.

Stiamo gestendo una situazione di stress e di grande tensione:

hanno paura gli operatori, hanno paura i ragazzi per se stessi e per i parenti con cui sono in contatto. Alcuni di loro hanno saputo di familiari deceduti o genitori ricoverati con polmonite in ospedale. Cerchiamo, malgrado tutto, di trasmettere fiducia”.

“Inizialmente – dice Federica Vitti, operatrice da dieci anni al Centro Aga – la notizia della diffusione del coronavirus a Bergamo non ha sconvolto ragazzi in comunità perché si sentivano protetti dalla struttura. Siamo stati noi operatori a voler informare i ragazzi di cosa stava succedendo attraverso telegiornali e trasmissioni tv. Il virus poteva entrare in comunità come poi effettivamente è avvenuto, avevamo paura per i nostri ragazzi, per chi è positivo all’Hiv, per chi ha l’epatite e per chi ha altre patologie, ragazzi molto più deboli che potrebbero prendere il virus con conseguenze gravi.

Abbiamo paura che i familiari dei ragazzi si ammalino e abbiamo il dovere di affiancare i nostri ospiti in questi momenti drammatici. Proseguiamo le attività terapeutiche previste dal programma per i sani. Quelli malati hanno un loro spazio, lontano dai compagni, ma vogliamo che sentano la nostra vicinanza e cura pur mantenendo le distanze”.

Due ospiti del Centro non nascondono i loro timori. “Vivo in comunità da 18 mesi per uscire dalla tossicodipendenza. Sono anche sieropositivo. Quando ho sentito dai telegiornali che il coronavirus si stava diffondendo qui ho avuto paura per me e i miei cari.

Sapere che qui non mi posso sentire completamente al sicuro mi fa vivere con forte preoccupazione,

ma l’affetto che mi circonda quotidianamente mi aiuta ad affrontare questa ennesima prova”, afferma Nicola.

“Per me la vita si è fermata per la cocaina e l’alcol ed è ricominciata pian piano in comunità. Inizialmente la notizia della diffusione del coronavirus non mi aveva allarmato, ma seguendo telegiornali e trasmissioni televisive ho iniziato a spaventarmi. Nei gruppi terapeutici usiamo la mascherina, le cambiano due volte al giorno. Le abbiamo cucito noi ragazzi con l’aiuto degli operatori. Mi preoccupo anche per i miei fratelli, i miei genitori e i miei nonni. Ho paura che al telefono non mi dicano tutto. Immagino quante cose belle potrei condividere con loro e quanto tempo ho perso dietro cose poco importanti.

Ora ho imparato che le cose importanti sono poche: la vita, gli affetti. Spero di non dimenticarlo in futuro”,
dichiara Francesco, da sei mesi in comunità.

La preoccupazione corre da Nord a Sud. Franco Lo Priore, operatore della Casa sulla Roccia di Avellino, spiega: “Abbiamo sospeso le uscite legate a fini terapeutici e le visite di familiari, volontari, ragazzi del servizio civile. L’accesso alla struttura è possibile sono per operatori forniti di dispositivi di protezione individuale. Alcuni utenti inizialmente hanno considerato troppo rigide le nostre regole, ma noi abbiamo agito per la tutela della loro salute. Abbiamo chiuso alcuni dei nostri servizi diurni per evitare che il contagio venisse da fuori”. L’operatore evidenzia: “Tutti i nostri ragazzi fanno un’enorme fatica e chiedono spesso agli operatori di essere sostenuti e rimotivati. La pandemia, però, sta consentendo loro di comprendere quanto la vita vada protetta. Paradossalmente l’isolamento ha attivato l’assunzione di responsabilità nel prendere decisioni che impattano non solo sulla propria vita ma anche su quella della collettività.

Hanno superato l’aspetto egoistico proprio del dipendente, interiorizzando l’altruismo e l’attenzione al prossimo”.

“Mi trovo qui per un problema di sostanze che mi stavano distruggendo la vita e gli affetti. Poco più di un mese fa mi trovavo a Brescia, ma non ce la facevo più con quello stile di vita e ho deciso di tornare a casa e chiedere aiuto. Prima di entrare in comunità ho fatto il tampone. Adesso, però, non entra più nessuno. Io sono fortunato perché

qui è bello stare insieme e farsi forza l’un l’altro.

Sto iniziando a condividere i miei pensieri, le mie emozioni, i miei sentimenti con i miei compagni di percorsi, cosa inusuale nel mondo fuori, dove si inseguivano cose inutili”, ammette Stefano, 32 anni, di Avellino.

“Qui, solitamente, in comunità facciamo tutto attraverso cerchi, abbracci, a tavola ci prendiamo per mano: ma tutto questo per il coronavirus non lo possiamo più fare ed è doloroso. Allora, ci guardiamo negli occhi e condividiamo i nostri sentimenti per superare insieme il momento. Per me è grande il dolore per il blocco delle visite familiari perché non posso vedere mia figlia.

Quello che sta avvenendo mi fa pensare a quanto ci sia di superfluo nella vita e a quanta poca importanza si è data finora alle relazioni, all’amore di una figlia, di un genitore, di un fratello”,
sostiene Sofia, da circa otto mesi nella Casa sulla Roccia.

Anna Borghi, presidente del Centro Le Ali di Caserta, sottolinea che i ragazzi in comunità “stanno imparando cosa significa ‘qui ed ora’, cosa significa ‘responsabilità’, cosa significa ‘guardarsi allo specchio e riconoscersi uomini’ senza piagnistei e pietismi, imparando ad affrancarsi dalla posizione di vittimismo. Noi operatori chiediamo loro poche cose: accontentarsi, condividere le difficoltà, cercare le risorse per far sì che il ‘loro stare insieme’ abbia un senso. Chiediamo poco, perché questo è solo il vivere di tutti giorni e loro stanno scoprendo, attraverso l’esperienza, quanto siano lontani i loro giochi, così pericolosi, che li hanno portati a non credere nel valore della vita”. I giovani del Centro Le Ali stanno preparando i pasti per l’Associazione “L’Angelo degli ultimi”, che sostiene persone indigenti e, soprattutto, senza dimora.

“Tu solo puoi farcela ma non da solo”

lo slogan che i ragazzi hanno voluto dare all’iniziativa.

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