di Diego Fares sj

“Il Signore ne ha bisogno, ma li restituirà presto”. Mi colpisce il modo in cui il Signore organizza il suo ingresso regale a Gerusalemme, in quella prima “Domenica delle Palme”. Non ha niente per fare la liturgia. Deve chiedere tutto: chiede quello che gli serve e lo restituisce immediatamente. Egli è di passaggio e il suo momento di gloria sarà solo quello: un momento, appunto.
Anche se noi diciamo che la gloria in cui vive ora è la Gloria Eterna, mi aiuta immaginare che sia un’eternità piena di “cose prese in prestito”,

provvisoria come le palme e i rami di olivo che la gente taglia per festeggiare, e come l’asina con il suo asinello dietro (Gesù li ha chiesti entrambi, perché lei camminasse tranquilla).
Una liturgia, quella di quel giorno, in cui gli elementi per il culto erano quelli che aveva a portata di mano (come il grembiule, l’asciugamano e la bacinella dell’Ultima Cena) e la cerimonia è stata “inventata” insieme alle persone che vi hanno partecipato, così come fa sempre la gente.
In questi giorni di quarantena e pandemia vediamo lo Spirito soffiare in tutta la Chiesa e portare nuove liturgie, nuovi modi di pregare e di celebrare i sacramenti “da lontano”.
C’è un po’ di tutto: cose umanamente molto belle e altre forse non tanto,
ma ciò che conta è lo Spirito di comunione intorno al Signore per pregare per tutti, poiché siamo tutti colpiti in un modo o nell’altro dalla pandemia.

Provvisorietà: nessuno brevetta le proprie soluzioni per farsi vicini.
Un segno importante è, credo, la consapevolezza che tutti noi percepiamo un senso di provvisorietà. Nessuno “installa” definitivamente la Messa online, né brevetta la sua idea di portare il Santissimo Sacramento in giro per le strade della città benedicendo case e negozi. Quello che vediamo è, per esempio, come
alcune delle cose che Francesco faceva ogni giorno, ad esempio la Messa a Santa Marta, si rivelano oggi in tutto il loro umile splendore evangelico,

con il valore che hanno sempre avuto, ma che prima “non si vedevano in pubblico”.

Rileggere Francesco.
Questo è anche un bel momento per rileggere alcune cose scritte dal Papa. Amoris Laetitia, e in particolare quel capitolo IV su “Il nostro amore quotidiano”. Oppure quando recupera il primo punto della Evangelii gaudium, e ci dice che l’amore familiare ci libera dall’isolamento: “Le famiglie cristiane, per grazia del sacramento del matrimonio, sono i principali soggetti della cura pastorale della famiglia, soprattutto fornendo ‘la gioiosa testimonianza dei coniugi e delle famiglie, delle chiese domestiche’“. “Si tratta di far sperimentare alle persone che il Vangelo della famiglia è una gioia che ‘riempie il cuore e tutta la vita’, perché in Cristo siamo ‘liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento’“. (AL 200)

Comunione spirituale per “coloro che si trovano in una situazione di…” quarantena.
Una cosa che mi colpisce nella rielaborazione che stiamo facendo della nostra vita ecclesiale e liturgica è come il “desiderio del bene” recuperi il suo proprio posto.

Quello che era diventato un “comandamento o un precetto per fare del bene”, ora torna a manifestarsi come “desiderio interiore”.
Come quando il Papa, dopo la comunione, tira fuori un bigliettino, come quelli che scrive a mano, e dice: “Questo è il momento in cui le persone che non possono ricevere la comunione possono fare la comunione spirituale”. E legge una preghiera: “Gesù mio, io credo che Tu sei veramente presente nel santissimo sacramento dell’altare. Ti amo sopra ogni cosa e desidero riceverti nella mia anima, ma siccome non posso riceverti sacramentalmente ora, vieni almeno spiritualmente nel mio cuore. Come se ti avessi già ricevuto, ti abbraccio e unisco tutto a Te. Non lasciare che mi separi mai da te, Signore”.
In un certo senso, tutta la Chiesa è passata alla condizione di “coloro che non possono ricevere la comunione sacramentalmente”. Ciò che era proibito (per i divorziati risposati, ad esempio) è diventato impossibile per tutti, e non per motivi “giuridici”, ma per motivi di salute pubblica. Quello che era un “precetto” – ascoltare la Messa la domenica e i giorni festivi – adesso viene meno a causa di una disposizione pubblica.
Il divieto imposto dallo Stato non è “contro” la celebrazione dell’Eucaristia, ma per evitare di contagiare coloro che si amano,

vista la vicinanza richiesta dagli atti liturgici e la natura stessa del gesto materiale di “bere dallo stesso calice e spezzare lo stesso pane”.

La malattia e la vita (naturale e sacramentale).
La natura “fisica” della malattia aggredisce la nostra vita, e allo stesso modo attacca il sacramento nella sua parte “fisica”, nel suo essere “segno materiale”. Colpisce il sacramento nello stesso modo incarnato che colpisce la vita delle persone, rendendo impossibile a chi si ama esprimere il proprio amore “fisicamente” con un abbraccio o un bacio. Accettare questo implica rivalutare l’amore spirituale e allo stesso tempo (sperimentandone l’assenza) rivalutare l’importanza dei gesti materiali.
Per questo dico che il “comandamento” diventa “desiderio”.
Si recupera così l’essenza stessa del bene, che quando è “comandato”, lo è per motivi educativi, per abbreviare un processo o per diradare dubbi,

come quando si dice a un bambino: “mangia! Che ti fa bene” o “saluta papà che torna a casa dal lavoro”.
Si tratta di cose che, quando sono rese impossibili da una situazione come quella in cui viviamo, scopriamo di “voler” fare; e verifichiamo che “il comandamento è solo un aiuto esterno a un desiderio interno”, una “legge” che ci dice di “essere ciò che siamo, perfettamente” perché è in questo che consiste il “comandamento”: diventare ciò che si è, più pienamente, attraverso azioni concrete di bene.

Saper raccogliere l’uva dai rovi.
Un’altra cosa interessante è quanto è accaduto con l’indulgenza plenaria concessa dal Papa venerdì 27 marzo, durante l’Adorazione del Santissimo Sacramento e la Benedizione “alla Città e al Mondo”. Ho imparato a “tirare fuori acini d’uva dai cespugli spinosi”, come raccomandava Sant’Agostino nel suo Sermone sui pastori, in cui dice al popolo di Dio che non deve perdere le grazie dello Spirito (gli acini) perché ci sono cattivi pastori (i cespugli) che complicano le cose e rendono meno accessibile la grazia.
Nel recente decreto sulla Riconciliazione si legge: “Quando i fedeli si trovano nella dolorosa impossibilità di ricevere l’assoluzione sacramentale, va ricordato che la perfetta contrizione, proveniente dall’amore del Dio amato sopra ogni cosa, espressa da una sincera richiesta di perdono (quella che il penitente può esprimere in quel momento) e accompagnata dal votum confessionis, cioè dalla ferma volontà di ricorrere alla confessione sacramentale il più presto possibile, ottiene il perdono dei peccati, anche mortali (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1452)” (Nota della Penitenzieria Apostolica sul sacramento della riconciliazione nell’attuale situazione pandemica, 19.03.2020).

Precisazioni che avvicinano.
Ci sono espressioni che, quando te le lasci scappare, allontanano, come per esempio “contrizione perfetta”. Chi oggi usa il termine “contrizione”, e chi può rivendicare un atto “perfetto”? Ma accanto a esse
ci sono parole che “avvicinano”: “un atto d’amore di Dio, amato sopra ogni cosa ed espresso dalla sincera richiesta di perdono fatta come si può esprimere in quel momento”.

Questa espressione mi avvicina di più.
Quante volte si fanno quei “sospiri” che dicono: “Mio Dio, ti amo con tutto il mio cuore, perdonami, aiutami, aiuta quelli che amo, aiutaci tutti!”. Mi piace pensare che la parentesi esplicativa – “quella che il penitente può esprimere in quel momento” – sia stata aggiunta da Francesco: è nel suo stile “specificare per concretizzare e non allontanarsi astrattamente”.

Traboccante di misericordia.
Aiuta vedere le cose nel suo insieme. La Chiesa ha questo modo di dire le cose e alle volte sembra dare da una parte e togliere dall’altra. La verità è che
le parole di Francesco “traboccano” la disciplina ecclesiastica. Ma lo fanno dall’interno, con un traboccamento di misericordia che diventa reale solo nel cuore e non nei documenti,

le cui formulazioni pur “allungate al limite”, mantengono la loro tensione “giuridica” (altrimenti non sarebbero documenti legali e questo ne toglierebbe, paradossalmente, il valore).
Voglio dire che nella Chiesa c’è questa tensione tra lo Spirito e la lettera che si risolve soltanto nella vita, discernendo ogni volta e facendosi carico personalmente della grazia e delle conseguenze delle nostre interpretazioni della legge.

Per tutti, come sono e come possono.
Il Papa concede “il dono di speciali indulgenze”, prima di tutto “a chi soffre della malattia di Covid-19 e a chi si prende cura di loro”. Qui cita nell’ordine, gli operatori sanitari, i parenti, e aggiunge “tutti coloro che a qualunque titolo, anche con la preghiera, si prendono cura di loro”. È un modo di precisare e specificare che finisce per includere tutti, se si sa leggere tra le righe: chi non prega oggi per tutti i malati, chi non ha compassione e manda buone vibrazioni, anche se non sa fare altro?
Le indulgenze hanno delle condizioni e quando le si legge, ci si blocca sempre, come quella di “fare il voto di confessarsi sacramentalmente il più presto possibile”. La parola “voto” suona come un giuramento, un dovere, e quel “il più presto” suona come se chi non corre a confessarsi appena possibile, non riceverà nulla.
Ma “voto” è anche desiderio e l’espressione “il più presto” è seguita da “possibile”.

Lo stesso vale per le preghiere che devono essere dette: il testo del decreto parla del rosario, dell’Akatisthos e della Via Crucis… ma finisce con il dire che un Credo, il Padre Nostro e l’Ave Maria sono sufficienti. E come ultima risorsa, è sufficiente che il moribondo baci la croce: ho visto persone malate alle quali ho messo la croce sulle labbra baciarla anche da addormentate.

Lo spirituale si incarna.
Ora, chi compie un atto spirituale con tutta l’anima, ha anche il desiderio di farlo materialmente.

Chi scrive alla persona che desidera: “ti abbraccio con tutta l’anima”, la abbraccerà appena potrà e gli farà bene ricordare in quel momento l’intensità spirituale con cui l’ha abbracciata a distanza. Chi si “confessa da solo davanti a Dio”, quanto vorrà ricevere davvero l’assoluzione sacramentale, che suggella come un indulto firmato dal giudice, l’indulto che è stato concesso a parole!
Sono cose che vanno insieme, che la routine ha tinto di burocrazia e che adesso la distanza forzata ripristina nel suo valore spirituale e materiale.

Torniamo ora al Signore, all’asina e al suo puledro. Il Signore non ha ordinato di erigere una statua, ma non ha nemmeno disconosciuto l’usanza popolare di benedire i rami e di portare a casa un ramo d’ulivo, una cosa che ci mancherà quest’anno.

L’importante in questo momento è meditare sull’essenziale

e, relativizzando ciò che non è essenziale, dargli valore; sia recuperando riti e gesti, sia creandone di nuovi, che ci permettano di “cavalcare questa nuova realtà”.

Addio clericalismo.
Per noi sacerdoti è tempo di trovare il nostro posto. Se potessi usare solo due parole per spiegarmi, direi: “Addio clericalismo!”.
La distanza fisica dal popolo ci fa vedere le cose superflue con cui abbiamo circondato la predicazione del Vangelo e l’amministrazione dei sacramenti della vita.

Non c’è niente di più triste di un tempio vuoto!? O sì: più triste era una chiesa chiusa! E le abbiamo ascite chiuse per così tante ore al giorno senza che ci fosse un coronavirus!
Niente è più antiquato di un guardaroba ecclesiastico se non si possono fare cerimonie.
Tutta la “gerarchia” di posizioni e funzioni intorno all’altare (che poi si esprimono in posizioni, incarichi e privilegi) perde completamente il suo significato se è il Papa celebra la Messa solo in Santa Marta perché San Pietro è chiuso.
Non ci vuole molta “struttura gerarchica” per dare un’unzione o per nutrire gli affamati, per consolare i soli e per visitare i malati e i carcerati. Per questo non c’è bisogno di tutta la “corte” che abbiamo creato nel tempo.

È come negli ospedali: oggi, quando la diagnosi è: “incurabile”, gli infermieri finiscono per essere importanti tanto quanto i medici.

E questo mi ricorda un piccolo aneddoto di questa settimana.
Sabato scorso mi sono sintonizzato su Radio Continental: c’era Daniel López che intervistava un medico argentino che ha lavorato in Italia. Lopez è uno di quei giornalisti che seguo con piacere ogni volta che posso, perché è sempre rispettoso delle notizie, dell’intervistato e dell’ascoltatore. La dottoressa Patricia Veitman ha raccontato la sua esperienza in un piccolo ospedale di Monza e di come sia stata messa in quarantena: si è autoisolata dalla sua famiglia a causa del suo lavoro in ospedale. Lopez ha evidenziato una sua frase che mi ha colpito:
“Sono in quarantena ma non ho messo in quarantena la fede”.

L’ho cercata su internet. Ho trovato un suo profilo Messenger e le ho mandato un ringraziamento e una benedizione, dicendole che non doveva rispondermi perché sapevo che era stanca e che ne avrebbe già avuto abbastanza, come tutti noi, di messaggi della famiglia e degli amici. Ma per la mia gioia mi ha risposto, e questa settimana siamo rimasti in contatto. Gli ho dato il mio numero WhatsApp, nel caso qualcuno volesse una benedizione o una scambiare due parole… La storia divertente è che mi ha fatto salutare una persona della loro equipe, e io l’ho chiamato “infermiere”. Patricia poi mi ha fatto sapere più tardi che era il primario. Così gli ho scritto: “Chiedo scusa al dottore – mettendo un emoji sorridente – per averlo promosso a infermiere”.
Possiamo tutti noi, vescovi, sacerdoti, diaconi e laici con incarichi nella Chiesa approfittare di questo tempo di distanza dal popolo fedele di Dio per promuoverci a loro “semplici servitori”, a infermieri della Chiesa.

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