Appare completamente fuori controllo la gestione del Covid-19 a Guayaquil, metropoli dell’Ecuador, dove si concentra circa il 70% dei 3.646 e dei 180 decessi “ufficiali” registrati finora nel Paese. Circolano sui social immagini e video di cadaveri che vengono bruciati nelle strade. “Il problema è sfuggito di mano – dice al Sir da Guayaquil Anastasio Gallego, operatore dell’Hogar de Cristo –. Quanto la situazione stia peggiorando è difficile da dire, perché le cifre in realtà non sono affidabili. Ci sono tanti problemi: quando l’epidemia ha avuto origine non c’era un grande numero di tamponi a disposizione, poi si è diffusa l’idea che i cadaveri non potevano essere sepolti immediatamente. Così, si è creato un grande accumulo di cadaveri insepolti negli ospedali”. A questi si sono aggiunti, negli ultimi giorni, coloro che non sono morti in ospedale, ma nelle loro case. “L’iniziale palla di neve è diventata una valanga: tamponi, ricoveri, cadaveri. Il tutto con una temperatura media si 30 o 35 gradi. Gli ospedali sono ormai affollati oltre la loro capacità e, come detto, sono completamente saltati anche i sistemi statistici. È davvero un caos che ha travolto tutti”.
Per fortuna, continua Gallego, “non manca il cibo, ma i più poveri devono uscire ogni giorno alla ricerca di alimenti e questo aumenta il rischio di contagio”. Importante, in questa situazione di precarietà, l’opera dell’arcidiocesi che attraverso la Caritas e le parrocchie cerca di portare borse di alimenti direttamente nelle case di persone bisognose.
“Per analizzare ulteriormente questa tragedia – continua Gallego –, bisognerebbe entrare nel merito dell’azione delle autorità, che non si sono dimostrate all’altezza. Intanto, proprio nei giorni in cui è iniziata la tragedia il Governo ha pagato oltre 340 milioni di debiti in obbligazioni estere. E entro il 31 aprile dovrà pagare altrettanto”.

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