di Maddalena Maltese

Rilasciare i migranti non violenti o pericolosi dalle strutture di detenzione al confine è la richiesta che il vescovo, mons. Mark J. Seitz di El Paso in Texas, ha fatto recapitare agli agenti per l’immigrazione che sorvegliano l’ingresso dal Messico. Il vescovo ha spiegato che la pandemia del Covid-19 se si diffondesse nelle strutture di detenzione metterebbe a rischio non solo la vita dei migranti e della polizia di frontiera ma dell’intera comunità di El Paso. Il governo federale ha dichiarato che nessun detenuto verrà rilasciato dalle carceri e dai centri di detenzione ordinari, ma nelle strutture del Texas, come in quelle della California e dell’Arizona, gli immigrati non sono dei criminali, ma persone che hanno attraversato il confine spinte da serie necessità economiche e da notevoli pericoli per la vita.

“E’ una questione di salute pubblica”

ha insistito monsignor Setz facendo eco alla lettera che a metà marzo il dott. Scott Allen e il dott. Josiah Rich, esperti in cure mediche in contesti di detenzione, hanno consegnato al Congresso. I due medici hanno espresso “grave preoccupazione” per le conseguenze del confinamento dei migranti nei centri di detenzione durante la pandemia e hanno scritto senza mezzi termini che c’è un
“rischio imminente per la salute e la sicurezza dei detenuti immigrati”.

Che la situazione dei migranti preoccupi e sia al collasso è noto solo a quei sacerdoti, alle religiose e agli attivisti che su quel confine vedono consumarsi quotidiane ingiustizie, dapprima nel nome della sicurezza del Paese ora nel timore che la pandemia venga importata dal Sud. L’organizzazione Hope Border Institute con sede a El Paso ha espresso il proprio sostegno alla dichiarazione del vescovo e ha chiesto “misure immediate per liberare i migranti dai centri di detenzione nelle terre di confine”, poiché
“la stragrande maggioranza non ha commesso alcun crimine e non rappresenta alcuna minaccia per la nostra comunità”, mentre lo è una pandemia di Covid senza controllo alcuno.

Gli avvocati per l’immigrazione che in queste settimane hanno chiesto, a proprio rischio, di visitare i centri non sono stati ammessi e nessuno riesce a sapere le condizioni di chi vi è rinchiuso e se gli agenti di sicurezza siano stati infettati o siano veicolo di infezione.

La crisi sanitaria ha indotto un’agenzia di supporto ai migranti di Nogales, in Arizona a trasferirsi a Nogales in Messico per assistere i richiedenti asilo respinti dagli Usa ai porti di ingresso. La Kino Border Initiative sperava di servire almeno due pasti al giorno in una sbilenca caffetteria che si trova proprio ai confini, ma la pandemia ha precluso questa possibilità e il pasto si è ridotto ad uno e a sacco.
Anche qui la fa da padrone la politica trumpiana che nel coronavirus ha visto un’ulteriore giustificazione della sua politica di protezione dei confini./strong>

“Stiamo cercando di limitare la quantità di contatti che abbiamo con queste persone”, ha spiegato Chad Wolf, il segretario ad interim della sicurezza nazionale, che non è riuscito a convincere chi con quelle persone lavora da anni come sister Norma Pimentel. “Gran parte del problema è stato spazzato sotto il tappeto”, ha ribadito la religiosa, dentro un centro di accoglienza semivuoto. “Non è stato risolto, è stato semplicemente spinto dall’altra parte del confine”, con un rischio elevato di aggravamento dovuto ai possibili contagi.<

A Brownsville, in Texas, alcune parrocchie intanto hanno rilasciato carte d’identità con foto per quegli immigrati privi di documenti che fanno riferimento alla parrocchia, come luogo di appartenenza. Le forze dell’ordine locali hanno concordato con la diocesi la validità del documentoe questo consente che almeno alcuni siano risparmiati dal carcere o dalla deportazione.L’iniziativa però non è stata seguita da tutti i parroci e dalle parrocchie che poco vogliono avere a che fare con questo tipo di giustizia sociale, soprattutto ai tempi del Covid-19.

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