di Daniele Rocchi

“Mio Dio, mio Dio perché mi hai abbandonato?”: l’invocazione di Gesù crocifisso sul Golgota risuona oggi più viva che mai nel Calvario delle genti terremotate del Centro Italia. Una Via Crucis cominciata il 24 agosto 2016 – con le scosse di terremoto che si sono poi ripetute, due mesi dopo, il 30 ottobre, e il 18 gennaio 2017 – e ‘raddoppiata’ in questi primi mesi del 2020 con la diffusione del coronavirus che sta seminando ovunque angoscia e paura. I timidi germogli di una lenta ricostruzione gelati da una inattesa pandemia.

Norcia. “È un doppio Venerdì Santo quello che stiamo vivendo in questa Settimana Santa” dichiara al Sir l’arcivescovo di Spoleto-Norcia, mons. Renato Boccardo. “Abbiamo sperimentato il terremoto ora dobbiamo fronteggiare un nemico subdolo come il Coronavirus che ci fa sentire ancora più vulnerabili e indifesi perché si sovrappone ad una situazione già fragile fatta di solitudine e isolamento”.

“Dopo quasi 4 anni sono circa 1.700 – ricorda l’arcivescovo – le persone ancora fuori casa e accolte in abitazioni provvisorie, con la difficoltà di realizzare anche minime opere senza infrangere leggi e decreti, costrette ad affrontare ogni giorno la fatica di vivere in un territorio che si sta spopolando di giovani, famiglie, aziende e servizi”.

Il timore adesso è che “la giustissima attenzione all’emergenza in corso possa distogliere dal tema della ricostruzione che non è solo strutturale ma anche sociale e umana”. Il peso di questa doppia Via Crucis è tutto racchiuso nella domanda della gente della Valnerina: “se Cristo ha vinto la morte perché non interviene?”. La risposta a questa Via Crucis è affidata sempre a Cristo che, ricorda mons. Boccardo, “offrendo la sua vita ci insegna a donarla a nostra volta. Pensiamo ai tanti sanitari, volontari, forze dell’Ordine, semplici lavoratori di tanti settori che si stanno sacrificando per noi. Dobbiamo essere veicoli di vita anche se ci costa rinunce e restrizioni. Questo può essere per noi tutti, semplici cittadini o responsabili della vita pubblica, un tempo di apprendistato alla responsabilità e alla cura del bene comune”.

Amatrice. Dalla Valnerina ai monti della Laga, verso Amatrice, Accumoli. “Piove sul bagnato. Viviamo un momento doppiamente sospeso – afferma al Sir il vescovo di Rieti, mons. Domenico Pompili -. Aspettiamo ancora che parta la ricostruzione. La nomina, a febbraio scorso, di un nuovo commissario straordinario sembrava essere l’inizio di una fase nuova volta alla semplificazione delle procedure. Speriamo che, appena terminata questa emergenza, la ricostruzione possa diventare un volano della ripresa”. Purtroppo

“il Coronavirus è una sorta di gelata su una primavera appena intravista, frutto di qualche cantiere aperto”.

Amatrice, Accumoli e tanti altri piccoli centri terremotati aspettano. “Come Chiesa abbiamo creato iniziative, incontri ed eventi di vario tipo per vivacizzare l’ambiente sociale e fornito opportunità lavorative. Tutto è stato gelato dal Coronavirus e dalle misure restrittive ad esso collegate. Serve riprendere il cammino prima possibile”. Ma restano le domande su Dio e su dove sia, che in questi 4 anni, afferma il vescovo, “non sono tramontate perché le sofferenze interiori, psicologiche sono quelle più lancinanti e mai del tutto superate. I lutti hanno accompagnato questa fase in cui si cercava ostinatamente di non smettere di sperare”.

“Una speranza disperante” la definisce mons. Pompili, “cerchiamo di sperare disperatamente perché questo ci tocca vivere. Non possiamo by-passarlo. Nei prossimi mesi dovremo rielaborare anche il dolore del Coronavirus”.

Ma c’è “il grido di Gesù” ricorda il vescovo. “Nella assoluta sofferenza di quel grido c’è la certezza di non essere abbandonati. Gridiamo a Dio perché abbiamo ancora qualcuno cui affidarci. Se viene meno il grido è perché viene meno qualsiasi possibilità di guardare avanti. Il grido di questo momento è per noi ancora più stridulo rispetto a quello del post terremoto. Ci sentiamo sfidati dalla morte, anzi da una doppia morte, quella del sisma e del coronavirus. Proprio perché sfidati cresce in noi il desiderio di salvezza che altro non è che l’attesa che Dio ci salvi, perché da soli non ce la faremmo”.

 

Camerino. Si rincorrono domande anche tra i terremotati delle Marche dove c’è gente, afferma mons. Francesco Massara arcivescovo di Camerino-San Severino Marche e amministratore apostolico di Fabriano-Matelica, che vive ancora nelle casette e che attende una ricostruzione che stenta a partire. Come ad Amatrice, come a Norcia.

“Non bastava il sisma? Ora anche il Corona virus?”:

domande che, dichiara al Sir l’arcivescovo, “diventano dirompenti perché poste a fronte di tanti suicidi, ad un aumento del 70% dell’uso di antidepressivi. Il Coronavirus adesso sta colpendo nell’animo, acuendo le incertezze della gente, l’isolamento in cui vive, affievolendo le speranze nel futuro”.

“Paura e angoscia sono i sentimenti più provati in questo periodo – spiega mons. Massara -. È un secondo terremoto. La popolazione si sta aggrappando alla fede per trovare forza e coraggio. Tanta gente sta mettendo nelle mani di Dio la propria sofferenza, le malattie, il non poter vedere i loro cari malati, non accompagnare i loro defunti nell’ultimo viaggio. Ma vediamo anche tanta generosità e operosità di medici e sanitari qui all’ospedale Covid di Camerino. Siamo provati ma ci rialzeremo di nuovo, risorgeremo”.

Nel giorno di Venerdì Santo l’appello dell’arcivescovo è quello di “non restare sul Calvario” di “non avere paura”. “Esorto tutti a coltivare semi speranza con gesti di solidarietà, di ascolto e di condivisione. Anche una semplice telefonata può portare molto sollievo. La prova della Croce del terremoto e che ora si sta ripetendo forse più forte, con la pandemia, ci porterà alla Pasqua di Resurrezione”. “Mi sento di ringraziare tutti i sacerdoti che sono sempre stati vicini alla popolazione senza mai abbandonarla – aggiunge mons. Massara -. Abbiamo avuto un terremoto strutturale, uno interiore e un terremoto delle promesse non mantenute, ma davanti a tutto ciò la fede ci ha dato il coraggio di andare avanti con speranza.

Questo momento di sofferenza ci sta aiutando ad incontrarci e ad ascoltarci di più.

Obbligati come siamo a tenere la distanza ora riscopriamo il valore dell’incontro e della condivisione. È una prova dura ma può diventare una preziosa opportunità per riscoprire la bellezza delle nostre relazioni, con Dio e con il prossimo”.

 

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