di Agnese Compagnucci

Come nei racconti per bambini, mi sembra che potrei iniziare con il famoso “C’era una volta”. C’era una volta la gente che usciva allegra per le strade, c’era una volta il tempo della passeggiata nei parchi, c’era una volta il tempo della visita agli amici…

Il virus che si è insediato nel nostro mondo e nella nostra esistenza ha messo la parola fine a tante abitudini consolidate, a tanti comportamenti acquisiti nel tempo, a tanti nostri bisogni necessari o superflui. Ha anche evidenziato quella carica di umanità e di generosità nascosta in tante persone, e non mi riferisco solo al personale sanitario, ma anche a tanti altri anonimi la cui lista sarebbe interminabile da compilare e che Papa Francesco chiama i Santi della porta accanto.

Allora sì, potrei soffermarmi su tante persone a me vicine che, oltre a sopportare il rischio di un virus mortale che  come un cecchino potrebbe ucciderti, sono affette da una croce familiare che le inchioda nel silenzio e nell’indifferenza. Penso a chi soffre di una malattia incurabile e tutti i giorni lotta contro il dolore e dunque può essere costretto anche a frequentare l’ospedale diventato luogo pericoloso per gli immunodepressi.

In questo tempo pasquale ho chiamato uno di loro. Mi ha risposto con una voce senza ombra di vittimismo, serena e abbandonata nelle mani del Signore. In questo tempo ricordo tutti quelli che portano i pacchetti della posta che con tanto tatto, nonostante il pericolo che corrono, discretamente depositano e se ne vanno, passando di casa in casa. Penso ai furgoni che tutte le mattine vedo circolare sotto casa e a chi con pazienza raccoglie i rifiuti, oppure a quanti dietro il bancone di un supermercato continuano il loro lavoro. Penso a tutti quelli che ci fanno giungere le immagini in diretta nei telegiornali, ma più semplicemente a chi è costretto a vivere in famiglia fra quattro mura, con i figli bambini o adolescenti e deve gestire una serenità non facile da mantenere fra il lavoro e le faccende della casa.

“Ho paura” mi ha scritto un’amica all’inizio della pandemia. Non ho potuto rispondere con una banale frase di incoraggiamento e neppure con un virtuale abbraccio e tanto meno con la frase che spesso esce dalle nostre labbra “Coraggio!”. Questa frase la poteva pronunciare solo il Figlio dell’Uomo, che con la sua passione ci ha dimostrato che il coraggio è sinonimo di estrema debolezza, annientamento e immolazione fino alla morte in Croce. Così almeno ho inteso dall’Omelia di Papa Francesco della Notte della Santa Pasqua.

Sappiamo tutti che questa festa per noi cristiani è così importante che la festeggeremo per tanti giorni, fino alla Pentecoste.

Allora mi sono chiesta con quale forza tutte queste persone che con attenzione rispettano le norme indispensabili per il contenimento della Pandemia, possano andare avanti caricate di tante responsabilità lavorative, familiari, economiche… Una prima risposta ce l’ha data Papa Francesco nella Notte della Santa Pasqua, introducendo nella lunga lista dei Diritti Umani, un diritto inedito che in futuro gli studiosi, gli storici e i teologi sicuramente approfondiranno: Il Diritto alla Speranza.

Il Compendio della Dottrina Sociale ci dice che: “La fonte ultima dei diritti umani non si situa nella mera volontà degli esseri umani, nella realtà dello Stato, nei poteri pubblici, ma nell’uomo stesso e in Dio suo Creatore. Tali diritti sono ‘universali, inviolabili, inalienabili’. Universali, perché sono presenti in tutti gli esseri umani, senza eccezione alcuna di tempo, di luogo e di soggetti. Inviolabili, in quanto ‘inerenti alla persona umana e alla sua dignità’”.

Il Diritto alla Speranza non viene certo dall’uomo, ma è in Dio stesso. Ce lo ha spiegato molto bene Papa Francesco, non è l’illusione che tutto va bene, che tutto procede per il verso giusto, ma è quel sapore unico che dà un senso a tutti gli avvenimenti che stravolgono l’esistenza umana. È un dono speciale che asciuga le lacrime di chi ha perso tante persone care, che ci rende consapevoli e responsabili nei comportamenti che la pandemia ci richiede, senza farci transitare per false scorciatoie di furbe scappatelle quando il chiuso delle nostre case ci diventa insopportabile. È la forza che ci dà il senso del dovere e la consapevolezza che il nostro agire tocca un altro diritto fondamentale: quello della vita, la nostra e dei nostri simili.

Il Diritto alla Speranza quindi anche se dono gratuito è una forza inesauribile che ci spinge a non essere superficiali nei comportamenti sapendo che i gesti più semplici hanno non solo valore eterno, ma valore di vita per noi stessi e per gli altri.

A tutti i diritti è legato un dovere, allora al Diritto alla Speranza è legato il dovere di non farci rubare la Speranza:

“Dove c’è la Croce, per noi cristiani c’è la speranza, sempre. Se non c’è la speranza, noi non siamo cristiani. Per questo a me piace dire: non lasciatevi rubare la speranza. Che non ci rubino la speranza, perché questa forza è una grazia, un dono di Dio che ci porta avanti guardando il Cielo” (Cfr. Papa Francesco, Omelia nella Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, 15 agosto 2013)

 

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