Cappellano in ospedale: un aiuto a scoprire la speranza

di Juan Carlos Munoz Cáceres *

Accanto agli angeli in divisa, negli ospedali ci sono anche i cappellani, sacerdoti o diaconi che curano la dimensione spirituale di chi lavora o è ricoverato in un ospedale o centro per anziani. Essi, mai come in questo periodo, sono di supporto a tutti gli operatori sanitari. Questi ultimi, prima di essere medici, infermieri, oss, sono uomini e donne, padri, madri, mariti e mogli, con preoccupazioni e dubbi, e nonostante ciò riescono ad accantonare la fatica e la sofferenza fisica ed emotiva, per mettere in gioco tutte le loro energie, le competenze terapeutiche e mostrare anche un sorriso di speranza ai pazienti e ai loro familiari. Fin dagli inizi dell’umanità ci si è posto l’interrogativo: perché il male? Perché le malattie? Non potendo trovare la risposta nell’umano, si è ricercata nel divino e le malattie sono state viste come il castigo di Dio per i peccati degli uomini. Tale relazione è penetrata talmente nell’intimo che quando qualcuno scopre di essere affetto da una patologia seria sorge quasi sempre la domanda: «Perché proprio a me? Che peccato ho commesso per meritarlo?».

Ma Cristo smentisce questo abbinamento: nel vangelo di Giovanni si legge che ai discepoli che chiedono a Gesù se il cieco è così perché ha peccato lui o i suoi genitori (Gv 9,1–3), Gesù esclude tassativamente ogni collegamento tra infermità e peccato: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio» (Gv 9,3).

L’evangelista Matteo inoltre afferma che Gesù con il suo insegnamento e la sua attività smentisce la falsa immagine di Dio come colui che punisce con la malattia il peccatore. Dio è colui che libera dalle malattie, non colui che le invia. Gesù si occupa dell’uomo: non tratta la malattia, ma si prende cura dei malati. Ed ecco che oggi come ieri, uno accanto all’altro, nelle corsie degli ospedali ci sono gli angeli in divisa che trattano la malattia e noi cappellani che ci prendiamo cura dell’uomo, medico o paziente, ammalato o familiare.

Purtroppo però oggi non possiamo prenderci cura dei pazienti Covid–19, essi entrano soli in ospedale e nessun parente li può assistere e quando stanno per andarsene sono lucidi, e una videochat è l’unica condizione che permette loro l’ultimo saluto. Un lato tremendamente tragico per il paziente e per i suoi cari che non possono neppure celebrare il funerale, un “lutto mutilato” così come l’hanno definito in molti poiché mancante di ciò che nella storia ci ha resi umani e ci ha avvicinato alla spiritualità, il seppellire ed onorare i defunti.

Nella storia, questa pratica non è mai stata interrotta, anche in guerra c’è stata sempre una tregua per seppellire i morti. Come durante le pestilenze, oggi il virus ci fa sospendere una delle cose che da millenni ci rende “uomini”, ci aiuta ad accettare la morte, a credere che ci sia un altrove, un aldilà.

Ecco perché il virus spaventa tantissimo, perché ci mette di fronte alla nostra “impotenza”, al nostro limite umano e così ci sentiamo anche noi cappellani ospedalieri, che per le ferree norme di sicurezza all’interno delle terapie intensive e rianimazione non possiamo portare nessun conforto al malato e siamo chiamati per l’estrema unzione solo ai pazienti “no Covid–19”. Così in questi giorni il nostro compito, più che verso i malati è verso medici e operatori sanitari, anche loro hanno bisogno di noi, di sapere che sono persone straordinarie agli occhi della gente e agli occhi di Dio, hanno bisogno di credere che Dio sta dando loro una grande forza per aiutare l’altro e che a “guerra” finita avranno essi bisogno di rielaborare tutto il dolore che stanno vivendo e mettendo da parte. Avranno bisogno di dare un senso e un significato a tutto ciò e in questo, noi cappellani possiamo dare un aiuto mostrando che un senso lo si può trovare solo attraverso la parola “speranza” che non è un rimandare delle risposte a domande difficili, ma è credere profondamente che tutto nella vita porta a qualcosa per ora inspiegabile o non facile da capire, che nulla capita a caso. Avere la speranza non è altro che essere convinti che Dio continua a parlare nel profondo del cuore di ogni uomo e ogni donna, al di là delle sue convinzioni religiose, per illuminare la sua intelligenza e aiutarlo a capire che tutto ha un senso nella vita in questo mondo.

* cappellano dell’Ospedale di Macerata

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