di Francesco Bonini

Tutti chiusi nei nostri spazi di clausura (in francese e in castigliano si dice “confinamento”), la festa della Liberazione assume quest’anno nuovo risalto e nuovi significati. Almeno tre, che ci fanno riflettere sul nostro presente, sul nostro futuro prossimo e poi sul quadro sistemico.

Il primo significato è letterale: aspettiamo anche noi di essere liberati. Prima di tutto dal lock-down, come siamo stati abituati a dire. Perché un termine carcerario in inglese è sembrato più facile per accettare le cose, ovvero la realtà di questa pandemia piena di interrogativi, fin dal suo ancora misterioso e controverso inizio. Siamo stati e siamo molto, molto disciplinati: una risposta corale che merita istituzioni adeguate.

Il secondo significato fa riferimento alla Ricostruzione, che segue la Liberazione. Tutti ne parlano, piano Marshall annesso, in queste settimane. E tutti ce lo auguriamo. Perché la ricostruzione porta in Europa occidentale, e in Italia in modo particolare, non solo a recuperare rapidamente la caduta di prodotto interno causata dalla guerra, non solo alla riparazione dei danni e delle distruzioni, ma anche al cosiddetto baby boom e ad un aumento esponenziale del benessere. Con un tendenziale recupero anche delle diseguaglianze e della povertà.

Propulsione di quella ricostruzione sono grandi energie morali e grandi reti sociali, movimenti collettivi sostenuti da una condivisa progettualità, che non hanno paura di misurarsi agonisticamente con qualsiasi pulsione totalitaria, prima nazi-fascista, poi comunista.

È la grande stagione della democrazia personalista, che si sviluppa dal piano locale a quello sovra-nazionale, con la solidarietà atlantica e la costruzione dell’Europa comunitaria. Grazie anche a personalità, ad una leadership politica di grande qualità prima di tutto morale.

Ecco allora le considerazioni sistemiche che questa festa della Liberazione ci impone. A proposito della qualità della democrazia, oggi e nel prossimo futuro.

In tanti settori, tra cui quello fondamentale dell’istruzione, per non dire addirittura la vita ecclesiale e la stessa celebrazione dell’Eucaristia, abbiamo fatto esperienze digitali: ciascuno dal suo proprio cubicolo collegato individualmente con il mondo: è l’altra faccia della globalizzazione.

Questo dato non può essere, orwellianamente, la regola, come pure qualcuno adombra. Liberazione fa rima, ottantacinque anni fa ma sempre, con partecipazione, ovvero con relazione. Gli strumenti, e gli strumenti di connessione che oggi ci aiutano e ci facilitano, non possono surrogare la relazione.

Papa Francesco ha parlato da sempre di cambiamento d’epoca. Lo stiamo vivendo. Da protagonisti o piuttosto consumatori, come ci suggerivano alla fine del secondo corso, o da utenti, come qualcuno subdolamente vorrebbe oggi, delle grandi reti. Si muova allora con franchezza e creatività la cultura e l’azione dei cattolici, come al momento della Liberazione e in tutti i tornanti della successiva storia italiana ed europea.

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