di Agnese Compagnucci

Carissima amica,
quante volte mi hai chiesto perché ho cambiato casa. Tu hai visto questo mio trasloco come un’opportunità per te, che di amicizie in questo momento ne hai ben poche.

La casa non è solo un insieme di mattoni, soprattutto in questi tempi; è anche un mondo di affetti, di relazioni. È la nostra vita. Gesù stesso alla nascita ne ebbe una, certo non elegante, anzi decisamente povera. Ma Giuseppe non poté fare a meno di procuragliela. Poi con il tempo visse in semplicità e in povertà a Nazareth. Immagino che anche quella fosse povera ma dignitosa. Quando ci rechiamo al santuario di Loreto andiamo a vedere una parte della casa di Maria. Mura annerite dal fumo, qualche mattone. Gli esperti dicono che essa poggiava sul terreno, senza le fondamenta.

Anche Gesù quando lasciò la sua casa d’origine, di volta in volta sostava da alcuni amici: “Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna di nome Marta, lo accolse nella sua casa”.

In quelle case nominate dai Vangeli vi era armonia, quella che tutti cerchiamo quando rientriamo nelle nostre dimore o quando siamo costretti a restarci per molto tempo, come in questo periodo in cui la pandemia da coronavirus dilaga nel mondo.

Certo non pretendiamo seconde, terze case, ville con giardini. A una persona basterebbe un monolocale, alle famiglie qualcosa di più ampio, ma sarebbe uno scandalo per un cristiano possedere più del necessario. Direbbe la gente: “Predica bene, ma razzola male”. E avrebbe tutte le ragioni, ancora di più quando quella casa è di proprietà e i suoi membri hanno a disposizione oltre ciò che serve.

La coerenza impone anche questo a un cristiano, non per banale pauperismo ma per poter guardare ancora negli occhi chi non ha un tetto sotto cui ripararsi e soprattutto per scrivere qualche riga su una rivista o su un giornale.

Ritorno dunque, carissima amica, alla tua domanda: perché ho cambiato casa.

Molto spesso nella nostra vita, specialmente da giovani, iniziamo un viaggio lungo e faticoso, lasciamo i nostri affetti e ci imbarchiamo per porti lontani. È la storia un po’ di tutti: di chi si sposa, di chi fa delle scelte alternative e a volte fuori dagli schemi.

Ciò che importa in quei momenti cruciali è la sicurezza del nostro cuore che ha trovato una “casa”. Una casa in cui gioire, in cui vivere in armonia, in cui lottare. Una casa che, pur nelle ristrettezze iniziali, è comunque fonte di tanta gioia.

Per quella “casa” abbiamo sacrificato molto: i nostri amici, i nostri genitori e, perché no, anche alcuni sogni. Questo non significa che poi, nel nuovo corso intrapreso – dove non manca anche dell’avventura – tutti i giorni rimpiangiamo quanto abbiamo lasciato alle spalle, anzi la vita trascorre veloce e tutto si ricompone quell’equilibrio che sempre riconduce a un’unica Fonte.

Gli anni passano, le forze diminuiscono ma l’entusiasmo resta, come nelle storie comuni di due persone che si incontrano, si sposano e invecchiano insieme.

La mia storia, cara amica, non è andata esattamente così. La mia casa, come fonte di affetti e di vitalità l’avevo trovata ampiamente, senza né rimpianti per il passato né progetti per il futuro. Il futuro lo avevo affidato a un dio che speravo fosse anche un buon contabile e di parola. Un dio che mi aveva assicurato che chi lascia tutto ha il centuplo in questa vita e nella vita eterna e che, quando le mie forze sarebbero mancate, una casa mi avrebbe atteso sempre con tanto amore.

Ma le parole non sempre diventano fatti, sia a causa nostra ma anche a causa di tanti altri che forse di quella casa non hanno mai valutato l’immenso valore. Mettere su una casa non è un gioco. Ci vuole tempo e, come si dice, olio di gomito.

Gesù amava la sua casa, ma la lasciò per andare a predicare, ad annunciare la buona novella. “Resta con noi perché si fa sera”, gli dissero i discepoli e Lui li onorò di quella compagnia. Una compagnia certo molto esigente ma sempre tenera e pronta alla stima (anche per Giuda, il peggiore dei suoi, ebbe parole a dir poco eccessive, conoscendo le conseguenze del gesto del suo discepolo: “Amico, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo!”).

Così è Lui. Ce lo ha ricordato anche Papa Francesco in questa Pasqua del tutto inusuale: Gesù ci ha dato il diritto alla speranza. Non ci ha umiliato con le sue parole, con la sua durezza che, quando l’ha usata, l’ha fatto non per difendere le sue ragioni, ma la volontà del Padre, per farci capire che in un angolo del suo cuore vi era un posto per tutti, anche per il ladrone, anche per la prostituta (anch’io mi rifiuto di credere che per te, per me o per qualsiasi altra persona Lui non abbia un sussulto di compassione o di tenerezza. Non sarebbe Dio e mi rifiuterei di riconoscerlo).

Cara Amica, vedo che tendo ad allontanarmi dal tema: la casa, indice di affetti, di relazioni e ancora non rispondo alla tua domanda.

Ho cambiato tante case, anzi ho allestito tante case, anche perché la casa per me non è solo un bene prezioso, ma mi rimanda a una casa più lontana, escatologica: la casa che non muore, la nostra casa celeste a cui tutti tendiamo. Nelle litanie lauretane chiamiamo la Vergine Maria con vari appellativi, fra cui: “Casa d’oro”, per indicare l’accoglienza più pura e preziosa della Vergine verso Colui a cui ha donato il grembo.

Se già da ora e qui non viviamo questi valori, non li rivivremo nel cielo. Se la nostra casa non è accogliente, tanto meno lo sarà quella che avremo in Cielo.

Se la nostra casa diventa un luogo invalicabile e perde il senso che più le è proprio, quello di una dimora dove possiamo riposarci, chiacchierare e ristorarci; se essa diviene luogo di contese, dove chi la abita vi getta fango e cerca un capro espiatorio alle proprie mancanze, allora significa che abbiamo perso il senso del confronto con chi vive appena tra quattro povere pareti e non ha neanche la possibilità di chiudersi in una stanza dove sedersi davanti a un mezzo ormai diventato indispensabile: il computer.

Allora, cara amica, che spesso mi parli di combattività e di lotta, io credo che bisogna arrenderci quando non percepiamo nell’altro un “sussulto” per chi muore e ha dato tanto per la costruzione di quella casa o di quelle case. “Sapersi arrendere a volte è più importante di combattere. E dobbiamo saper lasciare il porto, ci sono dei porti nella nostra vita che dobbiamo saper abbandonare, con la morte nel cuore, con una sofferenza enorme, esattamente come quella di Gesù. Da quel porto non si ricava nulla, non c’è casa, non puoi costruire niente, devi andartene. Uno se ne va in tanti modi, non semplicemente facendo le valigie, ma se ne va anche togliendo ogni tentativo di convincimento, predica, bisogna saper tacere. Il Signore ci chiede di aver verso gli altri, verso anche il male, questo atteggiamento che si differenzia, che non si lascia travolgere e coinvolgere” (Cfr. P. Giorgio Maria Faré, audio meditazione https://t.me /Veritatemfacientes Cartitate/3469).

Mi piace citare a questo proposito anche Papa Francesco:

E cosa si fa, nel momento dell’accanimento? Si possono fare soltanto due cose: discutere con questa gente non è possibile perché hanno le proprie idee, idee fisse… Davanti allo spirito di accanimento, soltanto il silenzio, mai la giustificazione. Mai. Gesù ha parlato, ha spiegato. Quando ha capito che non c’erano parole, il silenzio. E in silenzio Gesù ha vissuto la sua Passione. È il silenzio del giusto davanti all’accanimento. E questo è valido anche per – chiamiamoli così – i piccoli accanimenti quotidiani, quando qualcuno di noi sente che c’è un chiacchiericcio lì, contro di lui, e si dicono le cose e poi non viene fuori niente … stare zitto. Silenzio. E subire e tollerare l’accanimento del chiacchiericcio. Il chiacchiericcio è pure un accanimento, un accanimento sociale: nella società, nel quartiere, nel posto di lavoro, ma sempre contro di lui. È un accanimento non tanto forte come questo, ma è un accanimento, per distruggere l’altro perché si vede che l’altro disturba, molesta (Papa Francesco, Il coraggio di tacere, 27 marzo 2020).

Cara amica, spero, adesso, che tu abbia capito perché ho cambiato casa, ma soprattutto quanto sia un bene prezioso averla, specialmente in questo momento storico, affetti, come siamo, da pandemia da coronavirus.

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