di Agnese Compagnucci

Vi era il sole l’ultima volta che sono uscita. Anche quel sole caldo sembrava un regalo del Signore. Ora tutto sembra un dono anche il respiro, come ci racconta il Vescovo di Pinerolo Mons. Derio Olivero: “Questa malattia colpisce il respiro. Nella Bibbia respiro significa spirito, vita. Lo spirito che viene dato. Ogni respiro è un regalo da gustare, viene da Dio” (Cfr. Repubblica, 28 aprile 2020, 5).

Ma ormai tutti sembrano proiettati verso l’uscita, verso quelli che alcuni con un certo qual di cattivo gusto hanno chiamato “liberazione”. Invece il virus è ancora presente tra di noi e, come commenta il Vescovo che ha vissuto sulla propria carne le conseguenze della devastante malattia: “Credo non sia il momento di essere imprudenti, ma collaborativi. Il comunicato mi sembra abbia un po’ troppo il tono dell’autonomia. Non è questo il tempo di mostrare i denti, bensì di collaborare” (Cfr. Repubblica, 28 aprile 2020, 5).

Si riferisce naturalmente al Comunicato della CEI che dichiara come: “I vescovi italiani non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto. Dovrebbe essere chiaro a tutti che l’impegno al servizio verso i poveri, così significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale”. Un comunicato che è ancora fonte di accese discussioni, di speculazioni e un pasto prelibato per tutta la stampa.

Il sole così caldo di quella mattina mi ha riconfermato ancora una volta che il Signore è il Dio della vita e non della morte, che la morte è il passaggio obbligato verso la Vita. Non vi può essere Resurrezione senza Croce, e viceversa.

Non sono una teologa per imbarcarmi in disquisizioni che a nulla portano, ma sono abbastanza consapevole dei numeri che ogni giorno la Protezione Civile pubblica.

Grazie alla chiusura totale, tonificata dall’efficace slogan “Io resto a casa”, ci stiamo salvando dal contagio e avviando verso una prudente apertura.

La pandemia ha portato con sé conseguenze devastanti per l’economia globale. In Italia e in tanti altri Paesi non mancano code di quanti hanno bisogno di cibo e pasti. La classe media che viveva in un decoroso benessere sta pagando il prezzo della inevitabile chiusura, insieme a molte altre categorie di lavoratori, professionisti, artigiani, piccoli imprenditori. Siamo ancora in salita in tutti i sensi e la ripresa non sarà facile per nessuno.

Non posso restare indifferente di fronte a quello che ha dichiarato il Commissario Nazionale all’Emergenza, Domenico Arcuri: “Tra l’11 giugno 1940 e il primo maggio 1945 a Milano sono morti sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale duemila civili, in 5 anni. In due mesi in Lombardia per il coronavirus sono morte 11.851 civili, 5 volte di più. Un riferimento numerico clamoroso” (https://www.ilmattino.it/primopiano/cronaca/milano_coronavirus_peggio_seconda_guerra_mondiale_lombardia_morti_stati_5_volte_di_piu-5178354.html).

I numeri a me non sono mai piaciuti, perché in essi non riesco a vedere la vita. Anche se essi possono diventare canto e musica, io preferisco pensare in termini di persone. Allora, di fronte a quella cifra – 11.851 – io immagino migliaia di tragedie, di solitudini, di addii stroncati da quei camion che trasportavano nella notte le salme carissime di tanti familiari, morti “affamati di aria”, come appunto si muore di Coronavirus: affamati di aria.

Di fronte a questa tragedia immane non possiamo ragionare con gli stessi paradigmi di qualche mese fa. Sono trascorsi anni luce che ci separano da prima e dal dopo. Niente sarà come in passato. Aggiungo anche che in questo cambiamento epocale non possiamo appellarci a responsabilità altrui, a cercare un capro espiatorio. Sarebbe infantile e del tutto inadeguato, visto momento che stiamo vivendo.

Una III Guerra Mondiale ci ha preso di sorpresa. Mentre progettavamo il nostro futuro, un virus – un essere invisibile – ha cancellato tutto e ci ha imposto degli stili di vita totalmente imprevedibili.

Mentre alcuni si dilungano in disquisizioni teologiche, politiche, filosofiche, il male dilaga e apre una breccia che si può fermare solo con comportamenti dettati da norme che ci vengono date non da sacerdoti, non da filosofi, ma da esperti, scienziati, virologhi che spendono la loro intelligenza per capire come questa “nuova peste” si possa debellare. La storia si ripete e ci induce a pensare che non è sempre maestra di vita; basta ricordare e riflettere su queste parole del Manzoni: “Dopo nuove pressioni dei decurioni, il Cardinale Federigo acconsente a far svolgere la processione e a far venerare la reliquia di San Carlo. Il lungo corteo vede la partecipazione di popolani, di borghesi, di nobili e di ecclesiastici. Il giorno successivo alla processione si moltiplicano i casi di peste, ma invece di cercare la causa nel contatto fra tanta gente si dà la colpa agli untori. I lazzaretti si affollano al limite della loro capacità e cominciano a fare la loro comparsa i monatti”.

Nel godere quel sole caldo nei pochi minuti d’aria consentitimi, ho pensato alla Pasqua trascorsa, così centrale per noi cattolici, e subito ho fissato un’immagine che rimarrà nella storia: un Anziano zoppicante che da solo saliva la gradinata della Basilica di San Pietro sotto la pioggia e in un silenzio di morte.

La solitudine di Cristo nella sua Passione diventava in quel giorno non un ricordo ma una realtà, un memoriale.

Il Comunicato sembra, a mio avviso, così categorico, così incurante dell’evidenza che non ci sono privilegiati in questa pandemia, che tutti stiamo sulla stessa barca e che occorre mantenere gli sforzi fin qui manifestati affinché il contagio non ritorni ad essere virulento e le persone non siano sottoposte alla stessa tortura di Gesù sulla Croce, Gesù che, secondo alcuni esperti, morì soffocato.

Papa Francesco, con un volto serio e sofferente, mostra la grande preoccupazione non solo per riconsegnare ai fedeli il culto, ma per dare la Vita, la Pasqua, quella vera: L’Eucarestia, l’azione di Grazia, la Comunione piena… tutti elementi che non possono separare la Messa dalla vita. Perché l’Eucarestia è fonte e culmine della nostra esistenza cristiana.

Per essere fonte, Essa deve essere espressione di vita e non di morte, e per essere culmine deve accogliere tutte le morti di questi pochi mesi, come offerta gradita a Dio.

Chiarissimi dunque la preghiera e il messaggio di Chi ci conferma nella fede e, come una roccia, affida la Sua Chiesa a Colui che di questa Chiesa è Sposo e Signore:

In questo tempo, nel quale si incomincia ad avere disposizioni per uscire dalla quarantena, preghiamo il Signore perché dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e della obbedienza alle disposizioni, perché la pandemia non torni.

Ma chi siamo noi cristiani? mi sono chiesta alla fine di quella passeggiata sotto il sole, dono gratificante per il mio corpo e per l’anima. Mi sono allora ricordata della lettera a Diogneto, col quale dovremmo confrontarci in tempi di Coronavirus e non solo:

I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale… Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati. Non sono conosciuti, e vengono condannati. Sono uccisi, e riprendono a vivere. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano”.

La mia passeggiata volgeva al termine. Rientravo in casa per continuare a rispettare le norme stabilite sul comportamento da tenere durante l’emergenza, per il bene di tutti e per salvaguardare i più deboli dal contagio. Il virus circola ancora per le strade e non so se l’ho incontrato, magari incrociandomi con un’altra persona.

Allora ho ripensato ancora una volta al Comunicato, alle polemiche suscitate, alle tante discussioni che ha prodotto e mi sono venute in mente le parole di Aldo Antonelli, già parroco di Antrosano (L’Aquila): “Parlo e scrivo come credente e come prete, rivolgendomi a vescovi che non dovrebbero mai dimenticare la loro vocazione di ‘pastori’ e, quindi, anche di ‘educatori’! La crisi imposta dalla diffusione del Covid 19, con la chiusura delle chiese, avrebbe potuto essere l’occasione per una riflessione, da parte nostra, sulla deriva ‘ritualistica” della nostra fede che, messo in secondo piano il dovere della testimonianza, ha enfatizzato l’aspetto pratico della frequentazione liturgica: un’occasione preziosa per la riscoperta del Vangelo come vera Buona Novella, come messaggio di vita, da vivere laicamente, ‘fuori dal tempio’, così come inizialmente è stato presentato da Gesù e vissuto dai primi cristiani. In questo tempo di chiese vuote avreste potuto ricordare ai cristiani che il loro compito non è quello di riempire le chiese, ma di rianimare un mondo” (Cfr. La Repubblica 29 aprile, 27).

Il Comunicato: un’occasione persa per una Chiesa che, come ognuno di noi, dovrà affrontare, con nuovi paradigmi, il mondo completamente cambiato dal Coronavirus.

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