di Michele Zanzucchi

Da qualche giorno in qua – è più di una settimana che dei piccoli gruppi di manifestanti avevano preso di mira banche e altri obiettivi sensibili – la thaoura, la rivoluzione libanese, scoppiata il 17 ottobre scorso, ha ripreso fiato scendendo di nuovo nelle strade di Beirut e Tripoli.Con una rabbia tale che si temono violenze crescenti,
soprattutto dopo che a Tripoli Fawaz Samman, un giovane manifestante, è morto a causa delle ferite riportate in scontri con la polizia. “Non era un terrorista, ma un affamato”, scandisce la folla a Beirut; “Non abbiamo più nulla da perdere”, “tutto è caro, tranne il sangue del popolo”.
Nel frattempo molto è cambiato nel contesto libanese: non c’è stato e non c’è solo il coronavirus, che a dire il vero non ha mai superato i livelli di guardia (tra 700 e 800 casi, appena una ventina di morti),
ma soprattutto la crisi, economica e politica, ha raggiunto, questa sì, livelli di massima allerta.

Dopo aver dichiarato a inizio marzo di non essere in grado di pagare un debito di 1.200 milioni di dollari con l’Unione europea – e quindi aver dichiarato il default dello Stato – la crisi ha investito in pieno il sistema bancario. La moneta libanese sfiorato le 4000 lire per un dollaro (il cambio fisso, quello del 17 ottobre era ed è ancora di 1500), mentre il governo non è ancora riuscito a dir nulla sulla tanto sbandierata riforma economica, impegnato in pastoie partitiche che fanno montare il sangue alla testa a quei libanesi che si ritrovano senza alcuna certezza.

La situazione economica è gravissima:

i disoccupati aumentano in modo esponenziale (non ci sono statistiche affidabili) e si teme che il crollo della moneta possa far scoppiare il bubbone dei dipendenti dello Stato.

La pubblica amministrazione ha finora sostenuto un quarto della popolazione del Paese dei cedri: quando militari, spazzini e infermieri non ce la faranno più, con salari che hanno perso il 70 per cento del loro valore, si teme un sollevamento popolare senza precedenti.Persino nel quartiere ricco di Beirut, quello cristiano di Achrafieh, ormai la gente non ha vergogna di andare a chiedere del cibo alle mense dei poveri.

Preoccupa in sommo grado la polemica scoppiata tra il governo Diab e la Banca del Libano. Il primo ministro ha accusato apertamente il presidente dell’istituto centrale Salamé di giocare al massacro con il cambio della lira, e ha avviato un’inchiesta sul suo conto. Certamente la gestione della Bdl è da tempo opaca e contradditoria, ma la polemica ha preso un aspetto politico pericoloso, perché Diab ha preso chiaramente posizione per le forze che sostengono il suo governo (gli sciiti di Hezbollah e il partito “cristiano” del presidente Aoun e del genero Bassil), contro le opposizioni sunnite e cristiane (con in testa l’ex premier Hariri, anch’egli sunnita), perdendo ogni residua credibilità come fustigatore della corruzione e del malgoverno.Si teme ora una “confessionalizzazione” delle rivolte, oltre che della politica.

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