Sono sorprendenti questi giorni senza respiro. Giorni sfilacciati in cui ogni confine sembra smarrito, e l’orologio non serve più a distinguere tra lavoro e tempo libero, casa e ufficio, amici e colleghi. Benvenuti nel regno dello smart working. Regno improvvisato e confusionario, ma tant’è. Ci si arrangia come si può, tra connessioni non sempre all’altezza del compito, modem esausti che non riescono a districare il traffico familiare di lezioni online, call conference su Microsoft Teams, conversazioni via Skype, partite all’ultimo respiro di “Call of Duty” dei figli adolescenti.

Parole che si comprendono a malapena, immagini che si bloccano deformandosi in stringhe confuse, interventi che si sovrappongono, e nessuno sa bene quando iniziare a parlare. Perché, al di là di tutto, l’esigenza prioritaria sembra quella di ricreare l’ambiente di prima, quello in cui negli uffici ci si poteva incontrare di persona, e nessuno aveva paura che l’organizzazione del lavoro potesse sfuggire di mano. Diciamo la verità: questa trasformazione ci ha colto impreparati. Più che esplorare le nuove opportunità che il “lavoro agile” dovrebbe consentire, stiamo dando vita ad una brutta copia del lavoro di prima, con l’unica variante di una socialità impoverita. Probabilmente non poteva essere altrimenti. Lo sconvolgimento degli ultimi tempi è stato troppo grande per consentire adeguata lucidità di pensiero, le pressioni dettate dall’emergenza troppo forti per consentire una qualche forma di sperimentazione.

Quando il tempo scorre nelle sue forme ordinarie e automatiche, dando vita ad un “mondo predisposto” – ha affermato il filosofo Salvatore Natoli – si insinua il rischio di vivere senza pensare. Nel momento in cui si verifica un evento che spezza l’automatismo della vita sociale, e che potrebbe rappresentare una opportunità preziosa di cambiamento, molti si sentono perduti.

Eppure le immagini che promuovono il lavoro agile sono tutte così rassicuranti, luminose… Un giovane uomo seduto di fronte ad una scrivania bianca, con un bambino in braccio sta prendendo appunti su un taccuino. In primo piano, appena sfuocati, due mattoncini Lego Duplo. Lo sguardo dell’uomo è concentrato, riflessivo; quello del bambino si sofferma curioso sui movimenti della mano del papà che scrive con la matita. Sono dei calcoli quelli che sta tracciando? O sta cercando di mettere a fuoco una intuizione, l’embrione di un nuovo progetto pronto per essere trasferito sul MacBook acceso che attende in standby?

Ecco, se fino a qualche mese fa ci avessero detto di immaginare come sarebbe potuto essere un lavoro svolto da casa, lo avremmo pensato probabilmente così: un lavoro proficuo svolto in un ambiente comodo, uno spazio opportuno attraverso cui esprimere il meglio di sé. Senza vincoli imposti, se non quelli che il lavoro stesso ci avrebbe dettato. E invece, per una curiosa legge del contrappasso – o per uno dei mille rivoli in cui si dirama la famosa legge di Murphy, quella secondo cui «se qualcosa può andar male, lo farà» – l’ambiente familiare, ai tempi del coronavirus, si è trasformato in una convivenza caotica a causa delle risorse digitali da centellinare, e i controlli a distanza più invasivi di quelli in presenza. Ci illudevamo di portare il lavoro in casa, e invece abbiamo proiettato la nostra vita privata nel palcoscenico pubblico del lavoro. La casa è una fonte preziosa di pensieri e progetti, a patto che siano garantiti, in essa, un luogo e un tempo disconnessi, protetti da invasioni inopportune.

Ma in fondo va bene anche così. E pazienza se per una volta si andrà a dormire tardi, accompagnati da un caffè leggero, per riflettere, scrivendo, su questo lavoro prezioso che ci è dato.

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