di Alberto Campoleoni

Don Antonio Seghezzi, bergamasco di Premolo, morto proprio 75 anni fa, il 21 maggio 1945 a Dachau dovrebbe essere presto riconosciuto Venerabile. Il Congresso dei teologi ha dato infatti il via libera definitivo alla relazione sulla vita e le virtù, con i voti favorevoli di tutti i suoi membri. Il passo che serve ora, prima che sia lo stesso papa Francesco a firmare il Decreto sull’eroicità delle virtù del sacerdote bergamasco, è la riunione ordinaria dei Cardinali, la cui data non è ancora stabilita anche per via dell’attuale emergenza sanitaria. Tuttavia è probabile che l’iter formale si concluda entro quest’anno.
La notizia era attesa con trepidazione dalla Chiesa bergamasca, di cui don Antonio Seghezzi è stato ed è figura esemplare,

capace di donare l’intera sua vita alla testimonianza del Vangelo e in particolare alla cura dei giovani di cui fu instancabile educatore anche come assistente dell’Azione cattolica. E proprio l’Azione cattolica, insieme a tutta la diocesi di Sant’Alessandro, vorrebbe vedere presto riconosciuta la santità di don Antonio, che continua a ispirare l’associazione che amò “fino alla fine”. Quando, nell’ottobre del 1943, si consegna spontaneamente ai tedeschi che minacciavano rappresaglie, è ben consapevole del destino che lo aspetta e lo fa con un’intenzione precisa:
“Il pensiero che possa andarne di mezzo l’Azione cattolica e che magari qualche dirigente finisca a pagare per me, non mi dà pace. Farò il mio dovere”.

Così confidava, sapendo di essere ricercato per il suo sostegno ai giovani che “sono inseguiti sulle montagne”. “Io – spiegava all’allora direttore dell’Eco di Bergamo, don Andrea Spada – non posso stare che con loro”. Erano i giovani di Azione cattolica che il vescovo Bernareggi gli aveva affidato, nominandolo assistente diocesano nel 1937. Erano anni difficili, nei quali il regime fascista non perdeva occasione di agire in contrasto all’Ac. E quando vi fu l’armistizio, e la conseguente occupazione tedesca nella Bergamasca, don Seghezzi non ebbe dubbi e continuò ad essere vicino ai suoi giovani. “Don Antonio non parlò mai né incitò alla resistenza attiva – dichiarerà don Mario Benigni, un altro sacerdote bergamasco che fu suo compagno di prigionia in Germania –,
era invece ben chiara nei suoi intenti e indirizzi semplicemente una resistenza passiva,

cioè consigliare e aiutare i nostri ragazzi a non presentarsi agli appelli e sfuggire alle ricerche naziste organizzando punti di riferimento e centri di raccolta dove possibile”.
Una scelta chiara la sua, coerente con l’attività di pastore esigente e fedele, sempre vicino ai suoi giovani, instancabile annunciatore della radicalità evangelica che lui stesso cercava di vivere in prima persona. Era un tessitore appassionato di legami, di amicizie profonde, con uno stile di accompagnamento spirituale costruito con lunghe chiacchierate e un’intensa attività epistolare, attento alla cura personale di ciascuno. Non poteva, questo prete, scendere a compromessi con la società fascista del tempo, di cui ben intuiva la distanza dai valori evangelici.

Era pronto a “resistere”, con l’esempio e il dono della vita.

Era consapevole della “gravità” del tempo in cui viveva e della necessità di stare vicino con tutto se stesso ai giovani. E commentava con semplicità disarmante, pronto a tutte le conseguenze: “Che assistente sarei se non li assistessi in questo momento”?
Nel 1943 don Antonio aveva appena 37 anni. Era nato infatti a Premolo il 26 agosto 1906, a 10 anni era entrato in seminario ed era stato ordinato prete nel 1929. Come primo incarico si ritrovò in una parrocchia, ad Almenno San Bartolomeo, ma tre anni dopo era già insegnante di Lettere al seminario di Bergamo. Nel 1935 fu inviato in Eritrea, cappellano militare. Nel 1937, tornato a Bergamo, ecco l’incarico di assistente diocesano della gioventù di Azione cattolica.
L’arresto, il 4 novembre 1943, fu l’inizio di un lungo calvario. Rimane in carcere a Bergamo fino al 23 dicembre, poi viene trasferito a Verona con l’accusa di complicità con bande armate irregolari. Il 31 dicembre viene deportato in Germania, dove fa tappa in diverse carceri, fino a quando viene inviato ai lavori forzati in una fabbrica di munizioni a Löpsingen. Il 23 aprile del 1945, ormai malato, viene trasferito nel lager di Dachau. Le sue già precarie condizioni di salute peggiorano e
il 21 maggio 1945, a lager ormai liberato e alla vigilia del suo rientro in Italia, don Antonio muore: è il pomeriggio di Pentecoste.

Di lui la Chiesa bergamasca – e l’Azione cattolica in particolare – ha conservato l’esempio di una persona limpida, di altissimo spessore spirituale e di grande passione per i giovani che gli erano stati affidati, dei quali aveva conquistato la stima e l’affetto. Per loro ha offerto l’intera esistenza e a loro ha lasciato scritti di grande profondità teologica e spirituale, oltre al diario e alle innumerevoli lettere personali che erano un modo vero e proprio di esercitare la sua cura di sacerdote, di coltivare vicinanza e fraternità, invitando alla testimonianza radicale del Vangelo davanti ad ogni cosa. Davvero una figura esemplare di cui rendere grazie a Dio e ora con gioia da proporre una volta di più a tutta la comunità cristiana.

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