di Filippo Passantino

“In questo tempo di sterilità culturale sembra manchino parole per ricostruire un nuovo modello morale, sociale ed economico alternativo a quello che è tramontato. Non siamo riusciti a gioire insieme nemmeno per la vita salvata di Silvia Romano, che per 18 mesi è stata sequestrata da Al-Shabaab, la più feroce delle organizzazioni terroristiche in Africa”. Lo scrive padre Francesco Occhetta, scrittore de La Civiltà Cattolica, nel numero di giugno di Vita pastorale, anticipato al Sir. Il gesuita osserva anche che, “in questo ‘tempo sospeso’ della politica, la società civile ha assistito attonita alla decisione della magistratura di sorveglianza di liberare condannati per reati di mafia, alcuni dei quali già in isolamento per l’art. 41 bis”. “Sarebbe bastato svuotare le carceri dai ‘ladri di biciclette’, i detenuti dei reati bagatellari, per ridurre il rischio del contagio e ripensare gli spazi all’interno dei 205 istituti penitenziari. Tuttavia, le contraddizioni esplose nelle carceri hanno fatto emergere la paura e la tensione presenti nella società”.
Una ricostruzione, secondo p. Occhetta, è possibile restituendo “la parola a chi è in prima linea contro il nemico invisibile del Covid-19, coloro che stanno vivendo ‘la resistenza’ come gli ammalati, gli operatori sanitari, quelli dei servizi essenziali, le famiglie in lutto”. “Ogni cambiamento d’epoca rinasce dai protagonisti della resistenza che rigenerano parole e, attraverso il loro sacrificio, ci aiutano a guardare lontano. Non c’è nulla che nasce per caso, ogni ricostruzione nella storia prende forma nella sua relazione con il vissuto”. Il gesuita osserva quindi che “durante le crisi sociali le parole sono un ponte”. “Il nostro stare insieme in società è una questione di parole, tra lo Stato e questo mercato servono parole di comunione pensate in comunità, che ci rendono umani e solidali. Altrimenti prevarranno i prepotenti e gli speculatori”.

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