di Bruno Desidera

Se qualcuno pensa che il luogo migliore per trascorrere una quarantena sia il deserto, dovrebbe informarsi su quello che succede in La Guajira, la singolare regione, in gran parte appunto desertica, condivisa tra Colombia e Venezuela, abitata, soprattutto, da uno dei popoli indigeni oggi più numerosi in Sudamerica, l’etnia wayuu. La Guajira è una lingua di territorio, separata dal resto del continente da alti monti, che regala paesaggi indimenticabili, ma diventa un luogo di morte, se abbandonato dalle autorità e anzi depredato della cosa più preziosa che c’è in una zona arida, l’acqua, dirottata verso gli stabilimenti minerari esistenti.

Così, da anni il deserto di La Guajira è diventato luogo di denutrizione, e molte volte perfino di morte, soprattutto per tanti bambini.

In una situazione di questo tipo, la quarantena decisa, con modalità diverse, dalle autorità colombiane e venezuelane, incide in modo pesantissimo: la denutrizione e la mancanza d’acqua si aggravano, il lavoro informale artigianale (i wayuu sono famosi per le “mochilas”, i coloratissimi zainetti) diventa impossibile, mentre la regione è nelle ultime settimane attraversata da migliaia di migranti venezuelani di ritorno da Perù, Ecuador e Colombia. La frontiera tra Colombia e Venezuela è, infatti, praticamente inesistente in queste zone, ma la popolazione locale teme l’espandersi del contagio, cosa che finora miracolosamente non è avvenuta in Venezuela, mentre in Colombia è ridotta a pochi casi. Le conseguenze sarebbero disastrose in una popolazione con una situazione sanitaria già deficitaria.

A raccontare quanto sta accadendo sono una giornalista e leader wayuu venezuelana, Sailyn Fernández, che con altri colleghi sta in queste settimane sensibilizzando l’opinione pubblica e lanciando un grido d’aiuto:

“A morire di fame spesso non sono solo i bambini, è capitato anche ad adulti”.

Oggettivamente, è difficile sapere se questo drammatico fenomeno (alcune stima parlano di 4.800 minori circa morti per denutrizione negli ultimi otto anni, soprattutto nella zona colombiana, la più ampia e desertica) stia proseguendo in questo periodo di quarantena. Quello che è certo, però, è che l’abbandono di cui è vittima questa zona sta in queste settimane peggiorando, come conferma la leader indigena, che sottolinea la mancanza di risorse idriche, alimentari, ed economiche, oltre a un sistema sanitario praticamente inesistente.

È la stessa giornalista a raccontarci delle proteste degli indigeni, dei ritardi con cui arrivano gli aiuti, delle lunghe marce a cui è costretta la popolazione per poter avere i pochi alimenti che vengono inviati.

Anche le comunicazioni sono problematiche, comprese quelle telefoniche, come noi stessi sperimentiamo: per condurre a termine un’intervista può essere necessaria anche una settimana, tra linee che vanno e vengono e frequenti blackout.

A parlare con il Sir è anche padre Rafael Morales, il parroco di San Rafael de El Moján e vicario episcopale di La Guajira a nome dell’arcidiocesi di Maracaibo. Anche in questo caso, siamo in Venezuela.

“La vita dei wayuu difficilmente può coincidere con l’isolamento – spiega – poiché il loro sostentamento dipende da ogni singola giornata, sono costretti a uscire per cercare acqua e cibo.

Qualche mese fa alcuni prodotti alimentari e carburante uscivano dal Venezuela verso la Colombia, oggi sta accadendo il contrario. Le persone, per mangiare, chiedono una specie di ‘lasciapassare’, di ‘tassa’ a ogni veicolo che passa. Ma non chiedono soldi, bensì qualsiasi prodotto alimentare”.

Conferma il sacerdote: “Finora tra i wayuu gli unici casi sospetti hanno riguardato due abitanti nella città di Maracaibo. Qui nella nostra zona non risultano casi, ma esiste un grande timore latente, legato al ritorno dei migranti che passano anche qui.

Il fatto è che qui non esistono strumenti per poter curare e assistere chi dovesse ammalarsi perché contagiato dal Covid-19.

Per fortuna abbiamo qui alcune organizzazioni internazionali, come Unhcr, Croce Rossa, Caritas, Unicef. Il diffondersi del contagio ci farebbe collassare. La popolazione wayuu è molto vulnerabile, da un lato per i molti anziani e dall’altro per la cronica denutrizione. Contro la denutrizione opera in Colombia anche la Pastorale sociale Caritas della diocesi di Riohacha, che assiste anche alcune famiglie venezuelani”. Rispetto a casi di morte per fame padre Morales specifica che “in questo momento non ci sono notizie ufficiali in questo senso”, ma cita un recente episodio: “Recentemente siamo stati in una comunità indigena, dove su 1.500 bambini, 86 hanno manifestato una denutrizione grave, e circa 250 una denutrizione moderata. Si cerca di dare risposte con le cosiddette ‘ollas comunitarias’, ma purtroppo quello che si riesce a fare è insufficiente”.

Il parroco parla anche della situazione dei migranti che tornano in Venezuela: “Certamente la loro situazione è drammatica. Molti arrivano a piedi, attraverso i passaggi illegali vengono derubati, maltrattati, sono vittime di traffici e criminalità.

Sono stati costretti ad andarsene dai Paesi dove stavano per l’impossibilità di sostenersi durante la quarantena.

Sono stati aperti alcuni canali umanitari. Nel vicariato di La Guajira abbiamo quattro siti nei quali trascorrere la quarantena, ma essi stessi a volte sono costretti a uscire per cercare cibo e rischiano di essere portatori di contagio”.

Dalla Colombia, arriva infine la voce di Remedios Uriana, leader wayuu che vive a Bogotá e racconta: “Non è vero che in La Guajira non ci sono acqua e risorse, il problema è che vengono depredate e che gli aiuti si perdono nella corruzione. In questo momento, la quarantena ha reso tutto più difficile e molte persone del nostro popolo sono impossibilitate a uscire e a lavorare”.

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