di Giovanna Pasqualin Traversa

Molti giovani – e alcuni adulti – non rispettano le norme anti-contagio. Sono negli occhi di tutti le immagini della movida dello scorso weekend sul lungomare di Napoli e in molte altre città e gli assembramenti quotidiani davanti a pub e gelaterie. Altri, meno numerosi ma più “nascosti”, si sono invece rintanati durante il lockdown in un rassicurante rifugio dal quale fanno fatica ad uscire. Sono i due volti della fase 2, “le due polarizzazioni tra chi, da un lato, ha vissuto in modo insopportabile le restrizioni comportamentali, soprattutto sul piano sociale -: molti gruppi di giovani ma anche single adulti che hanno vissuto con grande difficoltà la rinuncia alla vita di relazione – e coloro che, una sorta di nuovi ‘hikikomori’, sono sempre più desiderosi di ritirarsi”, dice al Sir Tonino Cantelmi, psichiatra e professore di Cyberpsicologia presso l’Università europea di Roma e presidente dell’Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici (Aippc).

Partiamo da questi ultimi. Che cosa è successo?
“Fino a gennaio l’Oms sosteneva che i videogiochi davano dipendenza; in febbraio e marzo, in occasione della pandemia, li ha indicati come un’ottima soluzione per aiutare i ragazzi a mantenersi attivi in questo periodo. In questo modo però

abbiamo creato adolescenti sempre più digitalizzati e isolati, veri e propri “hikikomori”

che si alzano la mattina un minuto prima di collegarsi con la scuola e mentre sono collegati mantengono attivi cellulare e social mandando e ricevendo messaggi, WhatsApp, post. Secondo alcune rilevazioni, sulle stesse chat che accompagnano le piattaforme per la didattica a distanza vengono scambiati ogni ora 800/900 messaggi. Poi, dopo la scuola, questi ragazzi si dedicano alla PlayStation e passano la notte guardando Netflix andando a dormire non prima delle 3 del mattino. Molti adolescenti hanno fatto per settimane questo tipo di vita senza che nessuno dicesse nulla. E ora dovremmo dire loro: “Basta, i videogiochi in eccesso fanno male, dovete uscire di casa?”.

Per loro sarà molto difficile lasciare la tana e riaffacciarsi sul mondo reale.

Molto più numerosi i giovani che il desiderio di socialità spinge a comportamenti incauti sfidando i rischi, pur sapendo di poter diventare potenziale veicolo di infezione per genitori e nonni.
Una modalità di socializzazione “incongrua” rispetto alle comprensibili richieste del governo, legata alla

perdita della percezione del rischio.

In alcuni gruppi di persone, soprattutto giovani, l’abbassamento del rischio percepito spinge a comportarsi come se il Covid-19 non fosse mai esistito. A torto si sono ritenuti – e si ritengono – al sicuro, come se il virus avesse operato una scelta selettiva prendendo di mira soprattutto anziani, malati, Rsa. Mantenere elevata la percezione del rischio in un momento come questo è molto importante ma non è facilissimo.

I giovani si sentono in qualche modo invulnerabili.

(Foto ANSA/SIR)

E poi ci sono gli adulti – soprattutto single – che hanno vissuto con grande fatica l’isolamento forzato e tentano in qualche modo di esorcizzare la sofferenza subita, la paura e il senso di morte che ci hanno accompagnato in queste settimane.

Il ministro agli Affari regionali Francesco Boccia ha proposto l’istituzione di 60mila assistenti civici. Possono essere utili?
Aldilà delle soluzioni proposte, compresa questa, ciò che servirebbe è un’efficace campagna di informazione, sensibilizzazione e persuasione tra pari sui social. Noi vediamo immagini che ci lasciano perplessi, ma si tratta di alcuni gruppi di giovani perché la maggior parte degli italiani si è comportata – e continua a comportarsi – con grande intelligenza e senso di responsabilità. Dietro i comportamenti ci sono delle motivazioni. È su queste che occorre intervenire, senza moralismi o demonizzazioni.

Diamo la parola ai tanti giovani che, lontani dai riflettori, si stanno mostrando capaci e responsabili indossando mascherine, mantenendo il distanziamento e divertendosi in modo intelligente senza mettere a rischio se stessi gli altri. È importante che siano i giovani stessi a diffondere con la propria testimonianza buone informazioni e comportamenti corretti.

La pandemia ha provocato in tutti noi una crisi che lascerà tracce profonde e uno shock che non sarà facile superare. Ma dal trauma può nascere il cambiamento?
Non condivido la stucchevole retorica del “cambiamento in meglio”. Noi ci adatteremo allo shock provocato dalla crisi, troveremo certamente una forma di adattamento, ma non so se saremo migliori o peggiori di prima. In ogni caso, qualsiasi miglioramento dovesse esserci, lo abbiamo pagato un prezzo troppo alto – basti pensare al numero delle vittime e al modo in cui sono morte – per poterne gioire. Diffido inoltre del “tecno-entusiasmo” di chi crede di avere scoperto la tecnologia digitale come soluzione ai problemi dell’umanità. Più che essere un beneficio, questo “soluzionismo tecnologico” temo possa aprire il varco ad un nuovo maleficio. Smartworking, aperitivi on line, cybersex, didattica a distanza: un eccesso di individualismo tecnomediato che rischia di compromettere le relazioni interpersonali. Invece,

la vera ripartenza dopo il trauma è proprio nella ricostruzione di autentiche relazioni con gli altri, nel ricominciare a guardarsi negli occhi.

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