di Gigliola Alfaro

Il 2 giugno è la Giornata mondiale dei disturbi alimentari, quest’anno alla sua quinta edizione. Istituita dalle Società scientifiche di tutto il mondo e dalle associazioni di famigliari ed ex pazienti è un occasione per riflettere su una malattia che coinvolge più di 70 milioni di persone nel mondo. Lo ricorda il Coordinamento nazionale disturbi alimentari. Malattie, si legge nella nota a firma della presidente del Coordinamento, Maddalena Patrizia Cappelletto, che “hanno il tasso di mortalità più alto tra tutte le malattie mentali”. Purtroppo “c’è ancora troppa sottovalutazione di tali patologie, sia da un punto di vista culturale sia sotto il profilo sanitario anche da parte delle istituzioni, mentre dovrebbero essere iscritte tra le emergenze socio sanitarie, anche perché colpiscono mediamente giovani e giovanissimi, e l’età di esordio della malattia si è ulteriormente abbassata negli ultimi anni”.
Senza voler banalizzare, “possiamo affermare tranquillamente che queste malattie sono spesso il sintomo di un disagio profondo, di un vuoto interiore, di una autostima scarsa o addirittura assente, ma dipendono anche da fattori genetici e risentono molto delle situazioni ambientali, delle sollecitazioni del mondo esterno, dell’opera dei mass media, della cultura dell’apparire, dell’ideale di bellezza che viene fatto coincidere con quello di magrezza, dell’omologazione, della necessità di aderire ad un modello estetico ideale e ‘perfetto’ che quasi mai coincide con la vera essenza della persona”.
Per il Coordinamento, “la necessità di creare una reale ed efficace rete di cura, per facilitare e motivare al percorso di guarigione, è una delle priorità condivise tra società scientifiche e associazioni di persone, familiari, operatori, ex pazienti”.
Di questa rete il Coordinamento fa parte, condividendo l’esigenza di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e delle istituzioni, “al fine di renderle consapevoli che i disturbi alimentari richiedono un’attenzione ed un intervento organizzato e sistemico, un convogliamento di risorse anche economiche che consenta l’ istituzione di una rete assistenziale in ogni regione, per evitare la migrazione da una regione all’altra. Tale rete assistenziale deve prevedere tutti e cinque i livelli di cura, a partire da quello ambulatoriale, con il coinvolgimento attivo dei familiari che possono e devono essere ingaggiati come risorse nella cura, e, sia pure con ruoli e competenze diverse, dei medici di famiglia e dei pediatri di libera scelta”.

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